di PIER ALDO ROVATTI

È come se lo spazio in cui viviamo si stringesse ogni giorno mentre ogni giorno lo rappresentiamo come un mondo sempre più largo.

Attraverso la tecnologia informatica siamo diventati cittadini del mondo, “viaggiamo” di continuo e in “tempo reale”, testimoni e protagonisti di una straordinaria rivoluzione dello spazio comunicativo. Come si fa a dire che il nostro mondo si è rimpicciolito? Eppure risulta evidente a ciascuno che lo spazio di vita si è ridotto, quasi fossimo suplace, fermi sul posto, mentre le pareti della nostra stanza si avvicinano, sempre che riusciamo ad averla una stanza. Così, anche il pensiero si rattrappisce, gira a vuoto e spesso non gira affatto. Basterebbe l’esempio macroscopico dello stallo politico nel quale adesso ci troviamo.

Non credo sia azzardato collegare questo stallo con una condizione esistenziale e sociale sempre più asfittica dove il peso della stretta economica arriva a produrre drammi (come i suicidi di Civitanova Marche) e che, pur senza raggiungere la tragedia, incide malignamente sulla normalità di moltissimi italiani senza lavoro, senza soldi per pagare le rate del mutuo o le bollette della luce, per non dire di un enorme stuolo di giovani rassegnati a non avere un briciolo di prospettiva per il futuro.

Il teatro della politica potrà anche non sembrare primario, tuttavia è sintomatico nella sua contraddittorietà. Su questa ribalta, che ovviamente inonda telegiornali e talk show, vediamo riversarsi una voglia molto percepibile di socializzazione e di partecipazione, un impulso a rinnovare atteggiamenti, persone, significato del far politica, ma al tempo stesso constatiamo la quotidiana frustrazione di questo desiderio e un senso diffuso di impotenza. Non è detto che una simile lampante contraddizione non possa essere l’innesco di un effettivo rinnovamento, per adesso la scena è bloccata e non solo per una questione di numeri.

È il pensiero che sta stringendosi, omologandosi. Come se non ci fosse più ossigeno per alimentarlo. Già, che cosa sta accadendo alla nostra capacità di pensare e perché ci siamo ridotti così? Cominciamo con sgombrare il terreno dalle sviste, e cioè che “pensiero stretto” significhi quella comunicazione sincopata che gli sms prima e ora i “cinguettii” hanno reso normale per tutti, insieme a quelle altre fragili pretese che per anni hanno attribuito il fenomeno alla superficialità (indotta) del gergo giovanile. Le chiamo sviste non per deprezzarle, ma perché non sta qui il motivo per il quale abbiamo disimparato a pensare. Non è per questi comportamenti che siamo ora privi di idee e di spazi per pensare. Semmai c’è di mezzo il fatto che l’Italia – dati alla mano – è il fanalino di coda in Europa quanto a investimenti in cultura e formazione, come a dire: stiamo progettualmente coltivando l’ignoranza.

Soprattutto, c’è di mezzo la disseminazione microfisica di quello che ormai chiamiamo “pensiero unico”: un gioco di verità – così lo definirebbe Michel Foucault – nel quale ciò che riusciamo a pensare come vero è solo l’orizzonte chiuso della nostra condizione neoliberale, dove ciascuno di noi sarebbe un individuo staccato dagli altri e paradossalmente padrone del proprio destino, progressivo o distruttivo che sia.

Ho assistito, in questi giorni, a confronti politici fra candidati premier al governo della nostra Regione: c’erano differenze, è ovvio, tuttavia alla fine emergeva la sensazione quasi di un accordo sottostante, come se i discorsi convergessero. Forse è quanto sta accadendo anche al livello della politica nazionale. La parola “inciucio” ci mette fuori strada: non si tratta di imbroglio, bensì, secondo me, di un effettivo muoversi solo all’interno del recinto del pensiero unico. Di cui sono più evidenti i limiti (non riuscire a pensare al di là di questo recinto) che gli eventuali vantaggi (un consenso verso il supposto “bene” del Paese che ormai non tollera altri rimandi). Dentro uno scenario di questo genere a me pare evidente che il desiderio di socializzazione (e di pratiche culturali conseguenti) non riesce a trovare alcun riempimento.

D’altronde, in ogni comparto della vita istituzionale, è oggi ravvisabile una simile adeguazione a pratiche in cui trionfano piuttosto le procedure e l’ossequio alle regole neoliberiste, proprio a scapito della invocata creatività individuale e in definitiva frapponendo ostacoli di ogni tipo all’espressione del pensiero critico. Ne risulta una spessa opacità. La zona virtuosa o solo volenterosa di questa opaca istituzionalità sembra scivolare a occhi chiusi lungo la corsia omologata e omologante del pensiero unificato, che spesso ripete conati di proto-illuminismo, pieni di retorica emancipatoria ma vuoti di sostanza pensante: una “filosofia” che, anziché mordere, preferisce accarezzare con paroloni l’egoismo dilagante.

Nella zona meno virtuosa e più diffusa nel tessuto istituzionale si stanno invece irrobustendo i privilegi delle nuove piccole caste che esercitano il loro potere attraverso un esercizio della prepotenza, ben protetta dall’ombrello della pseudo-cultura e financo dal salvacondotto dell’ignoranza: qui il pensiero critico viene normalmente sloggiato come inutile e dannoso, perfino come sintomo di malattia sociale, dato che ciò che ormai importa non è “pensare” ma semplicemente “governare i propri interessi”.

A mio parere, questo reale pensiero stretto che sta proliferando all’ombra delle “larghe intese”, e cioè di un illusorio e ideologico pensiero unico, è il male più insidioso dell’attuale presente, quello che sarebbe urgente cominciare a snidare e combattere.

[Questo articolo è stato pubblicato su “Il Piccolo” del 13 aprile 2013]

 

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