di Edoardo Greblo

L’improvvisa chiusura delle scuole è arrivata come uno choc. La prima reazione è stata quella di correre ai ripari attraverso le lezioni a distanza. Per molti si è trattato di una misura tampone dettata dall’emergenza, per molti altri di un’occasione per ripensare la didattica nell’idea che la scuola possa così finalmente aprirsi alle istanze del cambiamento. L’emergenza di questi mesi dovrebbe cioè servire a svecchiare modalità di trasmissione della conoscenza ritenute inadeguate e non più al passo con i tempi. Per esempio, l’ANP (l’associazione nazionale dei dirigenti scolastici), in un suo comunicato, dichiara “che attraverso la didattica a distanza è possibile, quasi paradossalmente, costruire percorsi di insegnamento-apprendimento personalizzato e inclusivo più agevolmente di quanto si possa fare in presenza, e che risulta più naturale valorizzare ogni docente quale progettista del contesto e facilitatore del processo  di apprendimento”. E conclude affermando che “possiamo e dobbiamo cogliere l’enorme opportunità offerta da questa, per altro canto terribile, esperienza: come spesso accade, dalla crisi può nascere un mondo migliore”.[1]

Si tratta di posizioni tutt’altro che isolate. Anzi, alcuni non hanno esitato a sfoderare l’artiglieria pesante. Andrea Gavosto, direttore della fondazione Agnelli, ha scritto: “Le analisi dicono che i docenti italiani impegnati a trasformare la propria didattica in senso digitale sono ancora una piccola avanguardia. L’emergenza tuttavia sicuramente farà crescere la consapevolezza che è necessario innovare le pratiche didattiche con un uso mirato ed efficace delle nuove tecnologie; così molti docenti finora riluttanti al cambiamento si avvicineranno volenti o nolenti alla didattica digitale” (“La stampa”, 09/03/2020, corsivo mio). E solo pochi giorni prima, sul portale lavoce.info, lo stesso Gavosto, insieme a Stefano Molina, dopo avere stigmatizzato il fatto che “la preparazione professionale dei docenti alla didattica a distanza è in molti casi inadeguata”, ribadiva come un dato “evidente che in futuro la capacità di insegnare online dovrà diventare un requisito obbligatorio per tutti i docenti”.[2]

Tesi così oltranziste non sono isolate. In un articolo dell’esperta digitale Maria Vittoria Alfieri pubblicato sul “Sole 24 ore” del 17 marzo, Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti, dove, senza alcun pudore, si parla del virus come di  “un attivatore di consapevolezza”, si afferma che la scuola a distanza sarebbe capace di “far appassionare i ragazzi al gioco dell’apprendere e garantire loro una formazione ‘attuale’, trasmettere i saperi e le competenze che la complessità dell’oggi richiede, e di cui la tecnologia è parte integrante”. Sul supplemento della stessa testata dedicato all’innovazione e alla tecnologia, il 4 marzo, in un articolo da titolo Coronavirus: prove tecniche di un nuovo mondo, l’imprenditrice Sara Roversi non esita a resuscitare il fantasma di Darwin e a porsi questa domanda: “Se questa calamità avesse drammaticamente accelerato la nostra capacità di dover reagire a dei cambiamenti inevitabili? […] Se dentro questo male, ci fosse un darwiniano effetto indiretto capace di dividere chi sa cambiare e chi invece è più vulnerabile e non va lasciato indietro?”.

Naturalmente, il florilegio di citazioni potrebbe proseguire, ma le spigolature sopra riportate sono sufficientemente indicative di una tendenza strisciante a proseguire nella colonizzazione digitale della scuola. In realtà, la didattica a distanza in Italia è diventata un fenomeno generalizzato (o quasi: il digital divide non è una invenzione sociologica) in una situazione drammatica, e non è stata il frutto di una scelta suggerita da evidenti qualità metodologiche. Questa soluzione ha preso piede solo perché sollecitata dall’emergenza sanitaria. Ora, non c’è dubbio che la didattica a distanza presenti alcune opportunità e alcuni vantaggi. La distanza offre la possibilità di prendere tempo per riflettere e organizzare i contenuti disciplinari a misura del singolo studente, di favorire l’autonomia, il senso di responsabilità, la capacità di organizzarsi in modo indipendente e autonomo. I tempi dilatati della didattica a distanza possono creare le condizioni favorevoli alle attività di apprendimento e incentivare i processi di consolidamento, riesame e autovalutazione.

È importante però evitare di cedere alla tentazione di proporre l’e-learning anche per il tempo del rientro come se si fosse trovata una soluzione salvifica ai problemi della scuola. L’idea che la scuola del futuro possa essere strutturata intorno all’offerta di una didattica “on demand”, subalterna ai bisogni del mercato e con lezioni precotte da inoculare nella mente di chi è seduto di fronte a un monitor è quanto di peggio si possa immaginare. Questo non significa che la didattica a distanza vada evitata “a prescindere”. In questo momento, in queste condizioni e circostanze non ci sono alternative praticabili. Ma non si può chiudere gli occhi e affidarsi ciecamente alla tecnologia illudendosi di credere che la scuola stia andando avanti come se nulla fosse accaduto.

La smaterializzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento sta creando una scuola senza i corpi di chi la popola, senza gli sguardi, le relazioni e le interazioni, senza la trasmissione di conoscenze che passano attraverso emozioni e passioni. Una  scuola, si potrebbe dire capovolgendo Deleuze, di organi senza corpi, dove l’astrazione asettica di un video o di una macchina pretende di sostituire il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna sulla base di quella presenza fisica che, come scrive Recalcati, “assume le forme di uno stile”. E “non c’è nessuna tecnica che possa compensare un’eventuale ‘assenza di presenza’”,[3] perché pensare di poter ridurre le dinamiche educative alla trasmissione di informazioni dispensate da macchine e strumenti più efficienti e meno fallibili dell’uomo significa ignorare ciò che realmente accade nell’“ora di lezione”. In quell’arco di tempo insegnante e studenti sono attori, ognuno con il proprio corpo, attraverso cui passano affetti ed emozioni – che non sempre sono positivi ma che, quando lo sono, impediscono che l’apprendimento si riduca a una pura e semplice tecnica dell’assimilazione. La colonizzazione digitale della scuola rischia di svuotare l’insegnamento della sua dimensione personale e relazionale e di trasformarsi nella somministrazione a distanza di informazioni e contenuti in assenza, quasi inevitabile, di empatia e coinvolgimento.

È difficile negare che, in questo momento, la didattica a distanza sia una necessità imposta dall’emergenza. Tuttavia, come si è visto, non sono pochi quelli che pensano di usare questa drammatica emergenza come una sorta di “prova generale” per trasformare lo “stato di eccezione” in normalità. E non esitano a sostenere che, in sostanza, la didattica online sia non solo equivalente, ma persino migliore di quella ordinaria. Ma è un errore: quel che resta della scuola, una volta che l’interferenza dei corpi nella relazione didattica sia stata eliminata, non è altro che un surrogato insipido. Anzitutto perché il dialogo, almeno in certe discipline, risulta impossibile. Gli scambi verbali fatti di domande e risposte che sono alla base del dialogo rappresentano uno strumento essenziale per accorciare la distanza tra chi insegna e chi apprende. E per accorciare questa distanza la presenza è indispensabile, perché il dialogo richiede dei tempi precisi, delle intese preverbali, la capacità di comprendere quale possa essere il significato delle pause o dei silenzi oppure della espressività somatica di chi prende la parola.

Il modo con cui si insegna nella didattica in presenza si trasforma radicalmente quando l’interazione è mediata da un dispositivo tecnologico, perché vanno perduti tutti quegli elementi che danno forma all’esperienza, come il ritmo della lezione o il linguaggio del corpo che si nutrono, oltre che delle parole, anche di sguardi, cenni o sensazioni. Il digitale non è solo un repertorio di strumenti più o meno funzionali, poiché crea un “mondo” permeato dall’immaterialità delle nuove tecnologie informatiche. È a questo mondo che la scuola dovrebbe ispirarsi?

(24 aprile 2020)

 

 

2 Responses to La scuola senza i corpi

  1. Muy interesante reflexión. Faltaría analizar lo que en Argentina llamamos la brecha digital que integran aquellas familias que no disponen de computadora cuyas familias poseen sólo un celular que utilizan para acceder a las clases, siendo a veces varios hermanos que lo deben utilizar. Riflessione molto interessante. Sarebbe necessario analizzare ciò che in Argentina chiamiamo il digital divide, composto da quelle famiglie che non hanno un computer le cui famiglie hanno solo un telefono cellulare che usano per accedere alle lezioni, a volte sono diversi fratelli che devono usarlo.

  2. Wise words. Un deniable.

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