di Beatrice Bonato

Foto di Dimitar Belchev - Unsplash

Quando abbiamo cominciato a immaginare una prima riflessione collettiva sull’epidemia, qualcuno ha fatto rilevare come, nell’assumere una posizione o l’altra, non si potesse sorvolare il punto di vista di ciascuno di noi: la diversa professione, la maggiore o minore sicurezza del lavoro, il grado di esposizione al contagio. È un’osservazione che condivido.

Un condizionamento notevole deriva dall’età. L’epidemia sembra erigere una barriera tra giovani e anziani, marcare una distanza sulla quale peraltro il discorso pubblico insiste da molto tempo. Non è la stessa cosa trovarsi dalla parte di quanti, se infettati dal virus, possono ragionevolmente aspettarsi non solo di sopravvivere ma di guarire, e quella di coloro che possono solo sperare di essere risparmiati. L’inquietudine che, in tempi “normali”, non impedisce a persone piuttosto anziane e con qualche acciacco di vivere, lavorare, pensare come sempre, oggi indubbiamente si acuisce. D’altra parte, la fiducia comprensibile dei più giovani nella propria immunità alle conseguenze più gravi della malattia non può non suscitare in loro un sentimento di sollievo, indipendente dalle sensibilità particolari e forse non facile da confessare; quel sollievo del sopravvivente, quell’insopprimibile segno della vittoria della vita sulla morte con cui l’empatia e la preoccupazione per la vita dell’altro entrano in tensione, decretando la fine dell’“innocenza”.

Il virus si comporta, insomma, nella maggior parte dei casi, in modo molto “naturale”, secondo parametri biologici, accettati però anche dall’economia: elimina i più vecchi e i più fragili. Non è così che la vita si rinnova? A volte, al di sotto delle parole di denuncia e di compassione dominanti nel racconto quotidiano sulle vittime del virus, si avverte l’impazienza di un sentimento più cinico. Forse anch’esso ha avuto un peso nel ritardo con cui molti paesi, compresa l’Italia, hanno compreso il pericolo e tentato di contenerlo. E ora che la preoccupazione maggiore si è spostata, altrettanto comprensibilmente, sulla necessità di far ripartire l’economia, la contrapposizione tra desiderio della vita – la vita piena, giovane e creativa – e timore della morte attraversa un’altra metamorfosi, di cui è difficile cogliere quale sarà l’esito.

Come raramente era accaduto prima, perlomeno nelle società occidentali, mi pare venga in luce la distanza tra il principio dichiarato dell’uguale dignità della vita di ciascuno, e una diseguaglianza che,  a volte percepita ma facilmente rimossa, diventa, a causa dei numeri del contagio, un’evidenza ineludibile. Per esempio, se è banale ammettere che il diritto alla vita non vada inteso nel senso di una pretesa a non morire, non è altrettanto banale dover rendere esplicito un criterio di scelta tra chi aiutare a vivere e chi lasciare morire. Lo sanno bene i medici costretti, dall’improvviso affollamento degli ospedali e dal rapido e simultaneo aggravarsi delle condizioni di moltissimi pazienti, a decidere quali destinare ai pochi posti nei reparti di terapia intensiva. In un certo senso è del tutto ragionevole valutare l’opportunità di un trattamento invasivo in base alla situazione particolare del singolo malato, e ovviamente alla sua volontà. Si può infatti supporre che una saggezza pratica guidi l’azione verso un punto di equilibrio in cui si cerca di curare nel migliore dei modi evitando al tempo stesso l’accanimento terapeutico. Un punto di equilibrio singolare, possibilmente non condizionato dalla scarsità dei mezzi a disposizione in rapporto alla domanda di cura. L’esplosione dei numeri determina invece un salto qualitativo tra decisioni solo apparentemente assimilabili: l’una, quella che comprendiamo venga fatta e che ogni medico sa di dover affrontare, è una scelta per il singolo, persino nel caso che la morte appaia per lui come il più umano degli esiti; l’altra, ben più tragica, obbliga a confrontarsi in modo continuo con il fatto che la vita di alcuni potrebbe richiedere il sacrificio di altri.

In qualche modo il mondo sta già funzionando secondo questa logica agonistica e sacrificale, spinta in tutte le pieghe della nostra esistenza. Ma negli appelli drammatici lanciati dagli ospedali lombardi al collasso risuona qualcos’altro: forse non soltanto il disagio del personale sanitario per le proprie condizioni di lavoro, ma la preoccupazione che il senso umano e medico della cura potesse venire sfigurato. È come se medici e infermieri avessero voluto avvertire la società del pericolo che si corre quando si trasforma l’intervento terapeutico nella risposta a un dilemma etico sul modello del trolley-problem: quel tipo di esperimenti mentali amati dalla filosofia analitica, dove si immagina per esempio che il guidatore di un treno debba decidere se investire cinque persone legate sul binario principale, oppure deviare la corsa uccidendone una sola su quello secondario. Insomma, non si può escludere di trovarsi un giorno nella posizione del guidatore; nondimeno, l’eventualità che questa diventi l’esperienza etica abituale non sembra desiderabile né per l’etica né per la civiltà nel suo complesso.

Perciò credo che la necessità di allentare la pressione sugli ospedali limitando il contagio sia stata una buona ragione a favore delle restrizioni alla nostra libertà di movimento, nonostante tutti i dubbi legittimi sulla loro compatibilità con l’esercizio dei diritti democratici. Si tratta di salvare la possibilità di curare, nel senso ampio e nelle diverse sfumature di questa parola, e di conservare la speranza che la morte stessa possa essere meno crudele, di contrastare la distruzione degli spazi per azioni che riducano la sofferenza.

Come la vita è indissociabile dalla morte, così la questione della dignità della vita è inseparabile da quella della dignità della morte. “Non sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque”: difficile non sottoscrivere il monito di Montaigne che Agamben sceglie come esergo per il suo ultimo intervento.[1] La questione della morte torna inevitabilmente al centro della riflessione filosofica. Ma proviamo a partire dal “basso”, dal contraccolpo provocato dagli eventi nella nostra esperienza personale, chiedendoci se la situazione attuale modifichi in modo significativo il nostro rapporto con la morte. Dall’alto di uno sguardo filosofico “puro” si dovrebbe rispondere di no: la certezza e l’indeterminazione della morte restano per ciascuno di noi inalterate. La morte rimane l’impossibile, il confine dell’estrema espropriazione di sé. Possiamo pensare che nessun progetto di appropriazione possa riuscire di fronte ad essa, o al contrario fronteggiarla e assumerla come il nostro destino, o, ancora, meditare sulla vita e non sulla morte: nessuno di tali atteggiamenti verrebbe mutato da una contingenza qual è, dopotutto, un’epidemia. Ma se della filosofia abbiamo un’idea diversa, se non temiamo di contaminarla con quanto ci è dato di esperire nella quotidianità, un tale distacco diventa insostenibile. Forse allora dobbiamo provare a comprendere meglio alcuni fenomeni, alcune modificazioni percepite ancora confusamente, senza farci dissuadere dalla difficoltà di analizzarle, ma soprattutto senza  eluderle in ragione della loro “banalità”, cioè del loro essere alla portata di chiunque, assolutamente “comuni”. Niente di ciò che possiamo dire in questo momento dovrebbe pretendere di sollevarsi al di sopra di questo sentire comune in nome di una visione più panoramica e penetrante sulla realtà.

Cosa si modifica dunque nel nostro comune rapporto con il morire? Un primo fenomeno è la compressione della distanza tra il presente e l’orizzonte della morte, effetto di una strana prossimità, per cui la morte non appare né come la conseguenza di una malattia terminale che si avvicina gradualmente, né come l’esito, abbastanza probabile su larga scala ma in teoria evitabile, di un incidente, o di un evento catastrofico ma di portata locale come può essere un sisma. L’esperienza individuale del rischio a cui siamo esposti, congiunta alla consapevolezza della moltitudine di esseri umani morenti intorno a noi nello stesso momento, nello stesso luogo, incrina lo schermo protettivo che solitamente ci separa gli uni dagli altri, indebolendo la tenacia anonima del “si muore”.

Prima di proiettarci di nuovo oltre questa soglia, prima di sfidare questo momento di indistinzione che indubbiamente ha a che fare con la nostra animalità, se si vuole con la “nuda vita”, sarebbe il caso allora di sostare presso di essa.

Un secondo aspetto della modificazione si mostra nella sottrazione della speranza di morire con meno sofferenza, una speranza che, in questa parte del mondo, ci eravamo abituati a ritenere ragionevole. I numeri, come abbiamo purtroppo constatato, possono cambiare radicalmente la qualità delle cure. La “buona morte”, e con essa tutto il dibattito bioetico relativo, può diventare il ricordo di un altro tempo “felice”. Non è certo casuale la risonanza data da un giornale locale alla notizia del suicidio assistito di due coniugi, raccontato giustamente, ma con un’ampiezza e una partecipazione assolutamente inconsuete, come il frutto di una scelta libera e attuata serenamente. Come una fortuna. Pochi giorni dopo – l’episodio risale alla fine di febbraio – non sarebbe stato più possibile.

Sostare su quella soglia divenuta più prossima tra vita e morte, individuo e moltitudine, non è solo un gesto di pietà né tantomeno la manifestazione di un sentimento depressivo. È la premessa per uno sguardo diverso sulla vita, ma anche, in termini pratici, per il riconoscimento che non possiamo esimerci dal proteggere la vita, in noi e negli altri, insieme alla dignità senza la quale la sentiamo degradata. Se stiamo su quella soglia, se evitiamo di passare troppo rapidamente a problemi più stimolanti per il nostro intelletto critico –il conflitto tra libertà e salute, il problema dell’eventuale uso pretestuoso di sofisticati sistemi di sorveglianza – compiamo un gesto che può avere anche un risvolto filosofico non irrilevante. Ma in che cosa risiede questa rilevanza, se non nell’accettazione della novità di quanto accade e della difficoltà di farvi fronte con categorie concettuali e strumenti di analisi collaudati? Dovremmo ammettere di essere davanti a qualcosa di nuovo – nuovo “per noi”, non certo in assoluto – ma, appunto, anche questo “per noi” è parte della postura filosofica, etica, che cerco di immaginare.

Si obietterà che la pandemia attuale non era imprevedibile: diversi scienziati ed esperti, sulla base delle epidemie scoppiate negli ultimi decenni e delle caratteristiche del mondo globalizzato, avevano prefigurato lo scenario presente e  lanciato allarmi che sarebbe stato più saggio ascoltare. Tuttavia mi pare innegabile che la società nella sua interezza, comprese le istituzioni politiche, fosse impreparata a un evento del genere. Che mancassero schemi mentali per concepirlo e parole per dirlo. Si può sorridere amaramente ora sulle false sicurezze in cui siamo vissuti e sull’ignoranza che le nutriva. Può essere più utile tuttavia soffermarsi su una modificazione repentina che il loro crollo ha determinato nel nostro orizzonte temporale.

Qualcosa è accaduto alla percezione e all’immaginazione della prossimità e della distanza. Il futuro come ce lo prospettavamo, prepotente nella sua vitalità, che pareva spingersi fin dentro il presente per forzarlo a uscire subito da se stesso, a protendersi oltre il suo ritmo; il futuro in nome del quale eravamo incitati  costantemente a “cambiare passo”, ad accelerare  per non restare indietro; quel futuro è svanito. Costretti a rallentare, a fermarci, a limitare al minimo i movimenti, siamo stati risucchiati da un presente che si è separato dal futuro. Esso torna ad allontanarsi nell’indeterminazione, torna ad appartenere a se stesso sottraendosi alla pretesa del presente di plasmarlo a propria immagine; ma, separandosene, in un certo senso allenta a sua volta la presa sul presente, e in qualche modo lo libera.

(20 aprile 2020)


[1] Cfr. Giorgio Agamben, Distanziamento sociale, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-distanziamento-sociale

 

 

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