di Pier Aldo Rovatti

 

La chiamo anima anche se di animato ha poco: parlo di quel supplemento di identità che ci arriva dall’uso parossistico dei social. Un’anima che si aggiunge tecnologicamente alla nostra: artificiale ma ricca, anzi ricchissima di immagini e di parole, mentre la nostra vecchia anima sembra assopita, impoverita nei suoi contenuti. Perciò preferiamo sfogliare un piccolo dispositivo sempre pronto a sorprenderci, sollevandoci dalla noia, piuttosto che restare dentro un fastidioso contatto con la realtà che ci sta attorno. Ma anche con la realtà che ci appartiene, quella che noi siamo.

L’anima artificiale è sempre pronta a liberarci dal peso della contingenza vissuta – “esistenza”, come la chiamiamo con enfasi – e a fornirci una possibilità di fuga verso un ambito dove siamo esonerati dal pensare e proiettati in una dimensione in cui i crucci vengono soltanto nominati e rappresentati, senza alcun bisogno di viverli in prima persona. L’anima vera e propria è ormai vuota eppure pesante, l’anima artificiale è leggera ma piena di ogni cosa.

Willy Verginer, I pensieri non fanno rumore (2019)


 

Come mai accettiamo questo strano raddoppiamento senza tanto reagire? Magari diciamo che si può andare avanti così, ma è soltanto un dare aria alle parole (un flatus vocis come si esprimevano i latini): comunque i segnali di reazione sono scarsi e poco convinti. Si ha la netta impressione che ci stiamo accomodando in una condizione che non sembra libera, piuttosto risulterebbe condizionata e passiva. Non è però così che viene vissuta.

Quelli che ormai hanno acquisito l’anima artificiale, messa a disposizione dal grande apparato digitale, affermano il contrario: sostengono che la liberazione consiste proprio nell’identificarsi in un mondo artificiale in cui possono muoversi a piacimento. Lì sono finalmente attivi. Lì si sentono svincolati dalle mille dipendenze della vita quotidiana. Lì, infatti, possono dimenticare la scadenze materiali che punteggiano la giornata, pur tuffandosi in un mare di notizie e informazioni di ogni genere. Lì, soprattutto, si appartano da coloro che stanno nella medesima casa o perfino nella medesima stanza.

“Finalmente solo!”, potrebbe essere il motto che si legge all’entrata dell’anima artificiale. Dobbiamo allora credere che il godimento che caratterizza il nostro raddoppiamento è un godere dell’essere soli? E aggiungerei: soli senza neppure sé stessi?

Non c’è dubbio che la prima vittima dell’artificializzazione dell’anima si chiama “relazione”. Ci si immerge in un intrico labirintico di pseudo-relazioni per sollevarsi dalla pesantezza delle relazioni concrete. Una radicale messa tra parentesi della moglie o del marito, del figlio o dei figli. Forse soltanto i gatti (o i cani) di casa, che non parlano, hanno diritto a una loro esistenza accanto alla nostra. Ma anche fuori di casa il quadro non cambia. Ho visto muoversi dita ansiose sul cellulare nel buio delle sale cinematografiche o nel mezzo di conferenze neanche tanto noiose. Anche i ragazzini, nelle aule scolastiche, farebbero altrettanto se potessero.

Si tratta di valutare questo bisogno di solitudine oggi generalizzato. Comunque, di solito non è percepito così: ci appartiamo, annullando i rapporti effettivi attraverso un arresto dell’attenzione, ma non cerchiamo una pace silenziosa dentro di noi, una distensione del tipo di quelle che l’intera cultura occidentale ci ha sempre additato, e che la cultura orientale (ora riscoperta) ci conferma. Nulla che assomigli – per capirci – a un training autogeno in cui ritroveremmo odori, colori, sensazioni soggettive. La distrazione digitale si caratterizza per la velocità e la quantità delle percezioni: è il contrario di un silenziamento pensoso, vorrebbe essere una vivace interruzione del tran-tran quotidiano.

Non è insomma un modo per ritrovare noi stessi mediante un esercizio di sospensione delle tante ovvietà che ci sospingono. La solitudine che otteniamo attraverso l’attivazione di questa anima artificiale assomiglia piuttosto a un raddoppiamento caricaturale della pretesa di silenziare l’ambiente circostante. Quella scarica di immagini e suoni, se produce qualcosa, ci fornisce una solitudine alquanto angosciosa nel momento stesso in cui ci illude di essere gli attivi frequentatori del mondo intero. Quando stacchi, e magari ti accorgi che ti eri “davvero” isolato proprio mentre godevi di partecipare al flusso comune, puoi avere un senso di smarrimento.

L’unico antidoto risulta spesso quello di riattivare al più presto la dipendenza dall’anima artificiale, tornare in fretta in quel falso “fuori” che ci illude di essere tutti veramente “dentro”.

 

[Pubblicato il 31 gennaio 2020, su “Il Piccolo”]

 

 

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