di Pier Aldo Rovatti

 

Ciascuno di noi misura necessariamente i suoi guai quotidiani con una medicina che certo lo aiuta, ma spesso lo sottopone anche a una buona dose di stress, immettendolo in un circuito defatigante che va dal medico di base allo specialista, alle ecografie, alle Tac, alle risonanze, per trovare una diagnosi rassicurante e una terapia capace di silenziare i propri sintomi.

C’è di mezzo una cultura della malattia ancora molto acerba, e perfino inesistente. Quello che ci preme è che vogliamo guarire, e quindi chiediamo che l’organizzazione della salute pubblica ci venga incontro senza crearci eccessive lungaggini e ostacoli. Alcune notizie di cronaca, come quella dell’anestesista ora sotto accusa e sospeso dal servizio, turbano alquanto i nostri sonni, tuttavia non stiamo lì a pensarci convinti che se tutti dobbiamo passare attraverso medici e istituzioni ospedaliere, tanto vale affidarsi senza fare storie.

Non scrivo queste righe allo scopo di denunciare alcunché, anzi sono convinto che siamo fortunati a vivere qui, in un contesto dotato di una rete di assistenze mediche che altri ci invidiano. Non sempre siamo grati a chi l’ha messa in piedi e ai più attenti tra noi non sfugge il rischio che si impoverisca, così come sono palesi le criticità che ancora esistono e andrebbero affrontate.

Ma il comune malato – condizione in cui ciascuno viene a trovarsi prima o dopo – non ha il tempo per soffermarsi a riflettere sulle carenze dell’attuale cultura della malattia e neppure se le pratiche mediche siano adeguate: ci si cala dentro sperando che le cose possano funzionare. Si affida, cerca la strada migliore, usa le proprie conoscenze se le ha, per accorgersi quasi subito che contano sì ma non tanto, perché la barca è comune e lì dentro alla fine tutti valgono allo stesso modo. Avrà evitato qualche lungaggine, scavalcato un po’ di file, niente di più.

Ecco, penso che paradossalmente questo sia il miglior apprezzamento da rivolgere alla nostra salute pubblica, riconoscere che essa agisce quasi sempre sulla base di un principio di eguaglianza. Posso documentare in prima persona quello che sto dicendo: inutile cercare vie privilegiate, alla fine le buone conoscenze e perfino le disponibilità materiali contano poco, quasi nulla. Ho scoperto, anche contro me stesso, che il mondo medico non fa sconti, tanto meno a chi li chiede. Qui, insomma, resiste una forma di “siamo tutti uguali” che l’attuale società ultraindividualistica, selettiva e altamente elitaria, sta squalificando quasi dappertutto.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla cosiddetta “medicina difensiva”, alla quale ciascuno di noi, senza eccezioni, è esposto in quanto paziente. Se fosse diffusa una vera cultura della malattia, nessuno di noi farebbe fatica a scoprire che agli esempi virtuosi costituiti dalle pratiche e dai programmi, che per fortuna esistono e stanno lentamente prendendo piede, basati sulla prevenzione delle malattie socialmente più diffuse, si contrappone un muro di difensività da parte dei medici.

La medicina difensiva ha ragione d’essere nella misura in cui introduce una cautela nei processi di diagnosi e cura, ma normalmente non si limita a questo poiché immette una distanza tra il paziente e i medici, spesso allungando la sequenza dei controlli con forme di deresponsabilizzazione. Cosa viene meno in una simile trafila, magari utile ma sicuramente stressante per il paziente?

Direi, con una sintesi rapida, che si può allentare il rapporto fiduciario, come se il paziente si sentisse sempre più isolato e lontano dalla fiducia che ha nel suo medico e di conseguenza anche verso se stesso. Con alcune eccezioni, poche e decisive, la medicina difensiva mette così in campo un problema di professionalità e di etica. Quello che purtroppo il paziente avverte, nella maggioranza dei casi, è un senso di abbandono, proprio quando avrebbe maggior bisogno di sentire la prossimità della medicina come un corpo vivente di soggetti.

Si ha dunque l’impressione che la malattia tenda a diventare un oggetto esterno, o comunque qualcosa che ci viene sottratto perché si traduce in numeri e protocolli difficilmente decrittabili, in cui si mescolano scientificità e incertezza. Come se l’attuale medicina alimentasse, non so quanto consapevolmente, un deficit di “umanità”. Forse “umanità” non è la parola più adeguata. Qualcuno ne proponga di più appropriate per descrivere un’esperienza che ciascuno di noi vive quando incontra felicemente un medico che ascolta e parla chiaro.

[Pubblicato su "Il Piccolo", venerdì 30 novembre 2018]

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