di Pier Aldo Rovatti

 

Avevo giurato a me stesso di non tornare su quel selfie in cui appare il volto sorridente dell’ex fidanzata e un po’ dietro Matteo Salvini disteso sul letto, senza abiti e con gli occhi chiusi. Infrango il mio giuramento perché questa immagine, circolata fin troppo, è utile per un discorso d’insieme sul modo in cui si sta facendo politica, oggi, in Italia.

Vorrei lasciare alle spalle l’aria da gossip che si è creata, non mi interessano le sorti di una coppia che decide di rappresentarsi come felice proprio nel momento in cui fa sapere urbi et orbiche la storia è finita, e la miriade di supposizioni più o meno benevole sui motivi di un simile gesto. Credo invece che sia il caso di riflettere – partendo da qui – sull’inedito connubio tra la propaganda politica e una pratica quotidiana che sta ormai diffondendosi a macchia d’olio, quella appunto del selfie.

Finché si tratta del turista che vuole eternizzarsi vicino a un monumento, o anche di uno qualunque di noi che desidera documentare la propria presenza in occasione di un evento pubblico, o magari accanto a un personaggio che ha potuto incrociare, o solo di una semplice ricorrenza di famiglia, niente di strano: io mi asterrei ma non critico i moltissimi che non vedono l’ora di farlo.

D’altronde non ho mai conservato gelosamente in un’apposita scatola delle memorie le fotografie che a loro modo scandiscano la mia esistenza pregressa, fin da quando ero bambino e portavo i capelli con la banana, non saprei se per un eccesso di pudore o per ragioni meno nobili. Chi mi sta attorno sorride quasi stupito di questa riluttanza che gli pare curiosa.

Ma, quando vedo che ci si affretta comunque o ovunque a farsi un selfie prima ancora di avere percepito cosa sta accadendo, allora sì mi sento legittimato a esprimere un dubbio: come è possibile – mi chiedo – che tra un vissuto e la rappresentazione di questo vissuto non si lasci trascorrere un tempo di comprensione o di godimento di ciò a cui si assiste, e si dia così l’impressione che la produzione dell’immagine, soprattutto di quell’immagine nella quale siamo protagonisti, sia più importante dell’esperienza effettiva, arrivando addirittura a sospettare che possa sostituirvisi?

Mi viene da pensare “povero Heidegger”, ma lasciamo perdere la mia deformazione professionale da troppa filosofia e passiamo al dunque. Accade, adesso, che il leader politico più popolare, ampliando a dismisura l’esempio di Matteo Renzi che lo aveva preceduto, abbia messo nella sua cassetta di attrezzi di autopropaganda innanzi tutto lo strumento del selfie. Salvini si serve infatti del selfie come di un poderoso moltiplicatore di immagine. Un’immagine in cui non rientrano solo le sue fattezze e i suoi gesti ma anche le parole di una politica destinate a una presa immediata. Di più, la sua comparsa pubblica reale, inesausta e spesso bizzarra negli atteggiamenti (Salvini a cavallo, Salvini sulla ruspa, Salvini che brandisce un’arma ma anche Salvini che accarezza un bambino), sembra qualcosa di simile a un artificio costruito ogni volta in modalità selfie, provate a osservare.

E se un “popolo” si costruisse proprio così? Proponendosi, il leader stesso, come modello da ritagliare e conservare, nonché – bisogna aggiungere – da imitare? Quante volte abbiamo assistito alla scena di un suo comizio o solo di una sua conservazione che, appena conclusi, attirano uno sciame di persone che lo circondano plaudenti. Per abbracciarlo e congratularsi? No, per scattare un selfie assieme a lui che testimoni la cosa più importante, e cioè “c’ero anch’io”, “eravamo lì assieme”.

Così il selfie è diventato uno strumento essenziale per una politica populista basata sul ruolo carismatico del leader: più precisamente sul potere dell’immagine che fornisce immediatezza, rendendo inutile ogni distacco di riflessione nelle parole stesse che la accompagnano. Una partecipazione diretta, appunto, come se in ogni istante fossimo lì a fianco del leader in un contatto emotivo e reale.

Mi viene allora da pensare alle pagine che belle Roland Barthes ha scritto sulla fotografia nel suo libro La camera chiara, dove parla del carattere anche e soprattutto mortifero dell’immagine. Niente di più inattuale rispetto a una politica fatta con il selfie.

[Pubblicato su "Il Piccolo", venerdì 16 novembre 2018]

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