di Mary B. Tolusso

 

Guardando in prospettiva ai quattro decenni trascorsi dall’approvazione nel 1978 della legge 180, che sancisce la chiusura dei manicomi, Piero Cipriano ha compilato un’agile storia della psichiatria in “Basaglia e le metamorfosi della psichiatria” (Elèuthera), per raccontare le metamorfosi del dispositivo manicomiale, dal lontano manicomio carcerario al manicomio digitale prossimo venturo. Ne parlerà oggi al Palazzo della Provincia (alle 12) con il filosofo Pier Aldo Rovatti e con Massimo Cirri, psicologo e giornalista, attivo per 25 anni nei servizi pubblici di salute mentale, oltre che autore e voce di “Caterpillar” di Radio 2 da più di vent’anni. Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, ha lavorato in vari Dipartimenti di Salute mentale d’Italia, dal Friuli alla Campania, al Lazio. Vice portavoce del Forum Salute Mentale, è tra i promotori della campagna “E tu slegalo subito”, per abolire la contenzione meccanica nei servizi psichiatrici.

Un tema, questo, affrontato a più riprese da Pier Aldo Rovatti, intellettuale che da sempre tende a spingerci in quel campo oscuro in cui non vogliamo sostare, ovvero quello critico, lì dove non abbiamo voglia di prendere coscienza delle contraddizioni che ci abitano. Il concetto di “normalità” e di “follia” è uno di questi. Argomento affrontato anche nell’ultimo libro “L’intellettuale riluttante” (Elèuthera), una raccolta di testi divulgativi, per i giornali, quindi facili da intendere senza perdere in verticalità. Nel caso del tema in questione, Rovatti destruttura il celebre slogan basagliano “Da vicino nessuno è normale”, mostrandoci le due facce: una è quella messa in luce dalle nuove pratiche degli anni ’70, ovvero come la follia, l’anormalità non possa essere chiusa in un recinto e isolata. L’altra è quanto la normalità possa essere considerata: «un disvalore e un opportuno, spesso opportunistico, vestito ideologico che indossiamo per evidenziare un supposto diritto di parlare a nome della parte “sana” della società». Insomma preferiamo il lato consolatorio e rassicurante di ciò che ci appare “normale”, dimenticando tutti i discrimini che ciò comporta verso ogni diversità. “L’intellettuale riluttante” fronteggia una serie di questioni della vita ordinaria, parte dal “basso”, dai fenomeni sociali più diffusi, per mettere con le spalle al muro il senso comune. Dalla scuola, oramai campo esclusivo dell’autoritarismo genitoriale, all’idea di “cattivo silenzio” o di “proposta indecente”, un’efficace riflessione su quanto ci siamo “normalizzati” sull’idea di sconcezza, rispetto all’estetica. E per farlo si evidenzia un fatto di cronaca: la richiesta fallita di Gucci di noleggiare il Partenone per un evento di moda. Politica, identità, trasparenza, potere, verità, tutto è esaminato dallo stare dentro le cose, le più quotidiane appunto, quelle che dovrebbero fare insorgere ogni intellettuale.

 

[pubblicato su "Il Piccolo", domenica 23 settembre 2018, in occasione di Pordenonelegge]

 

 

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