di Pier Aldo Rovatti

 

Tutti in salvo con l’applauso del mondo intero i dodici ragazzi, tredici con il loro giovane accompagnatore, rimasti imbottigliati per più di due settimane nelle grotte di Tham Luang in Thailandia. Si temeva il peggio e invece l’episodio è finito nel modo migliore, senza alcuna vittima e senza traumi eccessivi, anzi con un happy end che oscilla tra libro Cuore ed entusiasmo tecnologico. Ma è un episodio che ci fa pensare parecchio alla realtà in cui stiamo vivendo, nella quale lo spettacolo copre e al tempo stesso rivela un sottofondo drammatico.

Qui il dramma fa tutt’uno con il trionfo del finale, con le parole scritte dai ragazzi stessi quando erano laggiù, all’apparenza fieri e felici del loro protagonismo in un’epoca bisognosa di eroi, e con le lodi giustificate di un apparato di salvataggio ammirabile per capacità tecnica e modi di esecuzione. È andata bene, i ragazzi illesi e una tecnologia impeccabile, quasi che non esistano dubbi sull’opportunità di un’iniziativa tanto assurda quanto irresponsabile e sia sparito di colpo l’assillo che le cose potessero voltarsi in tragedia. Forse qualcuno sta già pensando a un docufilm di successo con gli attori reali di questo singolare evento.

Viviamo davvero in tempi bui e abbiamo fame di eroi. Gli anti-eroi, come noi ci sentiamo quotidianamente, avvolti nella noia di vivere in un anonimato intollerabile, non hanno né credibilità né appeal in una società banale che cerca di riscattarsi con l’effimero clamore di gesti isolati. I “cinghiali selvaggi”, così si chiama la squadretta di calcio di quei dodici ragazzi tra gli undici e i sedici anni, salvati dall’oscurità e dalle acque che minacciavano di bloccarli definitivamente, non sono un esempio marginale ma un sintomo e anche un simbolo dell’epoca in cui ci è toccato di vivere. Quelle grotte thailandesi, quei formidabili sommozzatori, quella capacità di battere sul tempo le piogge monsoniche, azionando potentissime idrovore e aprendo canali di drenaggio, non rappresentano per noi un altrove lontanissimo. Sono invece la vicinanza di una dismisura che ci affascina. Le grotte e tutto il resto sono il simbolo di un’avventura che vorremmo poter sperimentare in prima persona, e dunque accade che possiamo identificarci facilmente con i ragazzi thailandesi e perfino con i loro messaggi alle famiglie: “Stiamo bene, non preoccupatevi, magari quando usciamo fateci trovare una grigliata di maiale, e ricordatevi del compleanno…”.

Non ci siamo identificati con le loro taciute paure, il che sarebbe stato ovvio, bensì proprio con il loro spirito di protagonismo, come se desiderassimo essere al loro posto nell’oscurità della caverna. Ma anche con la fiducia che una macchina potente si attrezza per sostenerci e salvarci. E inoltre con i potenti riflettori che introducono la luce di uno spettacolo planetario a rendere più che visibile quel buio.

Tutto si tiene perfettamente. “Sono sportivi – diranno i medici dell’ospedale che li accoglie all’uscita verificando le loro condizioni fisiche e psichiche – e dunque nessuna meraviglia sull’ottima tenuta del loro sistema immunitario.” Ed ecco affacciarsi, nella retorica della vita come una specie di sfida nietzschiana alle difficoltà materiali, quel culto della sportività che volentieri promuoviamo a comodo lasciapassare esistenziale ad uso dei nostri figli e di noi stessi, con la gamma delle sue varianti fino alle infradito del turista spaccone.

E quell’allenatore poco più che adolescente che li porta con incoscienza giù nei cunicoli traditori? Si è semplicemente scusato. Ma non si può negare che lui stesso sia entrato a far parte di questo spettacolo e non certo come qualcuno da prendere di mira. E perché poi scusarsi troppo di un’iniziativa temeraria quando anche lui viene in definitiva vissuto dalla generale opinione pubblica come un protagonista eroico con il quale identificarsi?

[pubblicato su "Il Piccolo", venerdì 13 luglio 2018]

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