di Pier Aldo Rovatti

 

Se sia meglio costruire che distruggere sembra una domanda completamente oziosa. Ma così non è, visto che si ripresenta di continuo nelle affermazioni dei nostri leader politici. L’ultimo, credo sia stato Matteo Salvini, giorni fa, quando ha voluto tranquillizzare il popolo gialloverde, assicurando che il governo che finalmente pareva nascere avrebbe privilegiato il “costruire” qualcosa di nuovo all’occuparsi di “distruggere” il vecchio assetto. Come è evidente, la campagna elettorale non è mai terminata e il capo leghista enunciava questa “verità” con il consueto tono da comizio.

Si tratta di una verità lapalissiana solo all’apparenza. Prima di tutto vi gioca una differenza di accentuazione: il cosiddetto governo del cambiamento, proprio in ragione del nome che aveva deciso di assumere, prometteva di sovvertire l’esistente piuttosto che di darsi da fare per correggerlo. Questione di accenti e di tempi, si direbbe, perché ogni cambiamento è ipso facto una riforma correttiva.

In secondo luogo, non c’è neppure bisogno di scomodare Freud (e il suo concetto di denegazione), per dedurre da simili proclami che ciò che essi negherebbero con forza è in realtà chiaramente chiamato in causa e affermato. Potremmo allora leggervi, espressa per via di negazione, l’intenzione di far piazza pulita di quanto i precedenti governanti hanno messo in piedi, cioè appunto di distruggere molti provvedimenti, dalla riforma pensionistica alla “buona scuola” al nascente ius soli (l’elenco è lungo e ben noto), non come azione secondaria bensì come obiettivo primario.

Una intenzione – osservo anche – che avrebbe potuto realisticamente concretarsi in una fase iniziale, mentre i grandi obiettivi contenuti nel famoso “contratto”, come la flat tax o il reddito di cittadinanza, punti di forza e di rottura della campagna elettorale di Lega e Cinquestelle, sarebbero stati necessariamente procrastinati in quanto non finanziabili a breve termine.

Agli elettori si era invece promessa una realizzazione immediata o comunque prioritaria: così molti milioni di italiani avrebbero potuto venire disillusi riguardo alla speranza di ottenimento del bersaglio grosso, e avrebbero dovuto accontentarsi con ogni probabilità di un governo impegnato a smontare quanto è stato montato dal governo precedente. Ne consegue che non è vero che costruzione del nuovo e distruzione del vecchio siano aspetti che si escludono o divergono drasticamente: al contrario, vanno ovviamente assieme secondo una dinamica per cui tutto dipende dalla trama delle mosse specifiche adottate per decostruire l’esistente e per tentare di ricostruirlo in meglio.

Ma va da sé che una tale attenzione alle pratiche e alla loro complessità non è lo strumento migliore per attrarre il consenso popolare. Ci vorrebbe uno spirito più critico e meno caldo, un’idea di politica che non sembra attualmente in circolazione e che evidentemente non si attaglia a una governance di tipo populistico. Ci vorrebbe soprattutto una spinta etica generalizzata che reclamasse che tutto questo gioco articolato del costruire e del distruggere venga portato in piena luce, senza trucchi, senza finte, senza non-detti.

Il vero cambiamento dovrebbe consistere prima di tutto nella rinuncia a una pratica di governo che mantenga sempre la riserva di un “dietro”. Sarebbe una radicale trasformazione dello stile politico, e chissà quanti elettori hanno creduto che coloro a cui davano il loro sì li garantissero proprio da questo atavico difetto della politica. Forse, già adesso, nel breve e insieme lunghissimo intervallo che si è aperto dopo il 4 marzo, osservando i nodi e i dilemmi quotidiani che si sono accumulati fuori e dentro le stanze della presidenza della Repubblica, hanno cominciato a dubitare che tale trasformazione possa verificarsi.

In ogni caso è incontestabile che la dialettica pur fisiologica tra distruzione e costruzione pende nettamente dalla parte della cancellazione del vecchio. Non solo veniva annunciata una tabula rasa quasi propedeutica perché entrasse dappertutto aria nuova senza preoccuparsi troppo delle scadenze, degli impegni presi e delle implicazioni materiali, ma si è intravisto anche un progetto di allentamento, se non proprio di rottura, dei vincoli che uniscono l’Italia all’Europa.

Dall’incidente che ha portato alla crisi istituzionale, e addirittura alla minaccia di impeachment contro il presidente Mattarella, è trapelata una volontà di uscire dall’euro. Se si è perfino arrivati a pensare a un cosiddetto piano B (rottura operabile con un blitz e circondata da opportuna segretezza), possiamo anche benevolmente credere che esso valesse soltanto come una forma di pressione rivolta all’Europa per ricavarne condizioni più vantaggiose nelle trattative, ma resta almeno un forte dubbio sulle reali intenzioni di chi si apprestava a governare e sul possibile calcolo degli effetti di ritorno capaci di alimentare l’attuale tendenza di massa verso un sovranismo populistico.

Effetti di rottura, come è prevedibile, che sarebbero stati però accompagnati da un tracollo che poteva pesare sul nostro assetto economico complessivo e sulla sicurezza dei risparmi di ciascun cittadino.

[Pubblicato su "Il Piccolo" il 1° giugno 2018]

 

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