di Pier Aldo Rovatti


Se mi chiedono “Sei marxista?”, dopo una breve esitazione rispondo “Sì”. Marx mi ha insegnato come funziona il capitalismo nella sua dinamica essenziale. La lettura del Capitale è stata decisiva per la mia formazione intellettuale e per la mia vita di cittadino responsabile. Purtroppo oggi i giovani quasi mai passano attraverso questa esperienza e sono tantissimi quelli meno giovani che credono di aver letto Marx senza averlo fatto.

Mi domando come si possa possedere un po’ di spirito critico senza avere letto almeno il primo volume del Capitale, senza avere un’idea non del tutto vaga di cosa sia una “merce”, il “valore di scambio”, la “forza lavoro”, lo “sfruttamento”, il “plusvalore”. E come sia possibile orientarsi nel mondo attuale della finanza planetaria, o magari solo ascoltare un bollettino sull’andamento delle borse, senza avere chiaro il fatto che Marx, lungi dal darci lezioni di economia politica, ci spiega che il nostro compito, culturale e politico, è quello di riuscire a esercitare una “critica dell’economia politica” (sottotitolo fondamentale per capire cosa troviamo nelle pagine del Capitale e, direi, in tutto ciò che Marx ha scritto).

Marx “inattuale”? Ci sono due sensi della parola inattualità. Quello ovvio che caratterizza che qualcosa è ormai invecchiato e non è più rilevante per i problemi del nostro tempo, e quello meno ovvio che indica l’esatto contrario, cioè qualcosa che abbiamo rimosso mentre ha a che fare non solo con la società in cui siamo ma soprattutto con quella società in cui vorremmo poter vivere e che ci sembra attualmente sbarrata. Basta pensare alla condizione culturale in cui ci troviamo, completamente dominata dall’idea di individualismo.

Marx mi ha insegnato che l’individualismo è il principale nemico e che tra l’idea di individuo e l’idea di soggetto c’è uno scarto drammatico. La chiusura nell’individualismo è la morte del soggetto perché c’è soggettività solo dove si realizza comunità e socializzazione. Ecco l’insegnamento “politico” che Marx ci trasmette, quanto di più inattuale immaginabile se solo pensiamo che oggi tutti noi viviamo dentro una bolla (possiamo chiamarla neoliberale ma non è il nome che conta) in cui ciascuno viene spinto a diventare imprenditore di se stesso. Gli altri sono spariti o, se ci sono, diventano ostacoli sul cammino della pura e semplice realizzazione individuale. Marx va proprio nella direzione opposta e non stupisce che oggi risulti culturalmente rimosso.

Quanto alla mia vicenda personale, vorrei solo ricordare che ho combattuto la mia piccola battaglia contro coloro che sostenevano che la “vera” lettura di Marx, quella cosiddetta scientifica, consisteva nel buttar via ogni ciarpame filosofico relativo alla soggettività. Al contrario, io volevo evidenziare quel Marx che mi aiutava a capire come il “bisogno” sfondi ogni rigida concettualizzazione perché possiede una radicalità non negoziabile che fa tutt’uno con la politicità dei soggetti sociali.

Un Marx “rivoluzionario” per il suo stesso modo di pensare e che non può mai essere avulso dal rapporto con la storia. Non possiamo farlo diventare una figura di pensatore distaccato, un modello semplicemente intellettuale, il che ha reso sempre più difficile collocarlo negli apparati che disciplinano la nostra formazione scolastica. Con una battuta, direi che oggi Marx farebbe fatica ad avere successo in un concorso universitario.

Devo comunque giustificare la mia inziale esitazione. Non è facile, perché vi si coagulano diversi elementi che agiscono da freno. La domanda “Sei marxista?” già di per sé contiene una provocazione. “Sei ancora marxista?”, ecco la provocazione sottesa, che sarebbe come dire che oggi è strano, improprio e perfino inopportuno dichiararsi tale. Come negarlo? Marxisti si dichiarano, di solito, quelli che impettiti vogliono qualificarsi come irriducibili. Quasi fossero dei reduci impegnati a salvare le loro memorie di lotta, incuranti e magari masochisticamente desiderosi di vedere la loro rappresentanza politica ridotta al minimo.

Ma c’è qualcosa di più. Esito (per poi dire di “sì”) perché considero da estinguere tutti gli “ismi”, compreso quello che risuona nella parola “marxismo”. È una parola che veicola tante vicende discutibili che corrispondono ad altrettanti tentativi di realizzazione, a partire da quella enorme vicenda che è stata la nascita dell’Unione sovietica.

Se rispondessi “No, sono rimasto marxiano”, farei sorridere anche me stesso, però è questo che dovrei dire e che ho cercato di tirar fuori in queste righe. Già, e se la domanda fosse “Sei comunista?”. È curioso, ma forse sarei meno imbarazzato nel dare una risposta affermativa. Se il comunismo, a quanto risulta, è qualcosa di impossibile e di ancora più inattuale, proprio per questo ne avverto nitidamente la sfida e l’urgenza.

[Pubblicato su "Robinson", inserto di "la Repubblica", 29 aprile 2018]

 

2 Responses to Inattualità di Marx?

  1. Per superare gli “ismi” che sono una standardizzazione delle idee e, quindi, un annullamento delle stesse bisogna rivolgersi alla visione scientifica o poetica delle idee.
    Scientifica come processo razionale deduttivo controllabile e confutabile delle idee, poetica come processo irrazionale induttivo che è alla base delle trasformazioni derivanti da nuove idee.
    La visione scientifica di Marx, espressa in modo sistematico nel Capitale, non è assolutamente quella di eliminare “il ciarpame filosofico” ma è quella di analizzare il processo di generazione del capitale individuandone i concetti fondamentali in modo controllabile e “falsificabile”. Le tesi elaborate da Marx sono una teoria scientifica e, in quanto tale, non sono delle verità assolute ma delle verità relative, come tutte le scienze, modificabili e superabili (cosa che non è ancora avvenuto per Marx se non con un “ciarpame filosofico” e in modo non scientifico).
    Non credo che si possa parlare, a livello di scienza, di “quantismo” o di “quantista” se si affronta il mondo fisico a livello della teoria dei quanti.
    Io credo che bisogna eliminare i termini di marxismo, di marxista, di comunismo, di comunista ecc. .
    Ci conosce e ha studiato (non letto o citato senza leggere) il Capitale di Marx e le tesi della sinistra europea sa bene che il comunismo non è stato mai applicato a livello mondiale ma sono state solo iniziate le procedure rivoluzionarie. La proprietà collettiva dei beni (cosi detta comunista, ad ognuno secondo i propri bisogni) è solo la fase finale di un processo storico molto lungo che non è mai stato completato per motivazioni storiche che non è possibile in questa sede analizzare.

  2. Roberto Fai says:

    Il primo a dire “non sono marxista” era stato lo stesso Carlo Marx, a conferma che la sua idea di una permanente “critica dell’economia capitalistica tendeva a sottrarre che la sua riflessione – decisivo il 1° libro del “Capitale”, uno dei pochi lavori di taglio politico-economico, da lui edito quando Marx era in vita – venisse rinchiusa dentro l’orbita stantia di una “dottrina”.

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