di Pier Aldo Rovatti

 

La legge 180, detta anche legge Basaglia, compie quarant’anni, precisamente domenica 13 maggio. È stata un evento di enorme importanza che ha chiuso due decenni di lotte contro il manicomio, Gorizia negli anni sessanta e poi Trieste nei settanta, e aperto a un “dopo” che non sembra ancora terminato. A livello legislativo una significativa integrazione della 180 è rimasta per ora bloccata dalle vicende politiche che stiamo vivendo proprio in questi giorni.

Le ricorrenze contano quando gli eventi continuano a produrre effetti sociali, ma adesso sta accadendo qualcosa che non si era previsto. È in corso un’eccezionale mobilitazione culturale e i media, a partire dai giornali e compresa l’informazione televisiva, hanno dato un rilievo speciale alla ricorrenza, con una reazione a catena di interventi tutt’altro che marginali un po’ dovunque, che hanno evidenziato che cosa la 180 ha voluto dire per noi (e per l’intero scenario internazionale) in termini di civiltà. Lì si sarebbe infatti scritta una pagina decisiva per il problema della salute mentale e per come una società moderna può e deve affrontare la presenza del cosiddetto disturbo psichico.

Un rimbombo così forte ha sorpreso tutti. E va notato che all’interesse di quanti hanno a che fare, direttamente o indirettamente con tale questione, cioè un intero mondo che comprende le associazioni dei famigliari e il grande numero di coloro che agiscono nei centri di assistenza o sul territorio, si è contrapposto il silenzio della psichiatria ufficiale. Dunque dovremmo almeno domandarci il perché di questa situazione.

Può darsi che la risposta sia anche il motivo dell’inatteso interesse per una vicenda che parrebbe ormai lontana e che invece viene avvertita come vicinissima, attuale, ancora impellente. Metterei allora al centro dell’attenzione, per suggerire una risposta, la felicissima espressione che è stata coniata a Trieste in tempi abbastanza recenti, nell’ambito dell’eredità lasciata da Franco Basaglia, e che suona così: “Impazzire si può”.

È diventato il titolo di un’iniziativa nata nel 2010 e che si ripete ogni estate raccogliendo nello spazio dell’ex manicomio (il parco di San Giovanni), testimonianze di base provenienti da ogni parte d’Italia, su come viene vissuto e organizzato il disagio mentale. L’incontro avverrà anche quest’anno tra circa un mese, ma ciò che a mio parere colpisce è il senso dell’espressione che ho appena ricordato.

Come dire: dopo la “rivoluzione” operata da Basaglia e dalla sua équipe, e grazie a essa, si è realizzato un passaggio storico che ha sdoganato la “follia” e dato ai cosiddetti folli una sorta di legittimità, una specie di lasciapassare civile, o, ancora più esplicitamente, la possibilità di un riconoscimento individuale e sociale.

Insomma, è stato scalfito e sostanzialmente svuotato quello stigma secolare che separava una parte della società dalla condizione dei “normali”, e autorizzava un isolamento quasi carcerario nei manicomi istituzionali. Questa reclusione non è completamente scomparsa e tende a riprodursi in forme più subdole e sottili, tuttavia è stata messa fuori gioco. La pazzia e le varie forme di “impazzimento” hanno cominciato a essere ospitate nella realtà di ogni giorno.

Basaglia lo aveva anche teorizzato con chiarezza in alcuni dei suoi ultimi scritti, per esempio nelle conferenze che tenne in Brasile all’indomani della 180 (e che proprio adesso sono state ripubblicate dall’editore Cortina). Si è insomma ravvivato anche un forte interesse culturale verso l’intera vicenda: ricordo solo l’uscita (presso le edizioni alpha beta di Merano, nella collana 180 diretta da Peppe Dell’Acqua) del volume postumo All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961 di Antonio Slavich, uno dei primi collaboratori di Basaglia a Gorizia; e di un altro volume, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria di Piero Cipriano (edizioni eleuthera di Milano), che verranno entrambi presentati al Salone internazionale del libro che sta svolgendosi a Torino.

Attenzione, però. L’attuale fiammata non va intesa in alcun modo come un ritorno all’anti-psichiatria che già Basaglia aveva criticato nella sua sostanza. Nessun interdetto verso le cure di chi sta male, bensì il rilancio di una liberazione dei soggetti, senza discriminazione, dal giogo della patologizzazione forzata e dalla conseguente condanna a un’irreversibile diminutio sociale.

Che si possa “impazzire” non significa in alcun modo che ciò sia desiderabile. Vuol dire – ecco la conquista di civiltà che tutti dovremmo difendere – che chi vi si trova impaniato non debba vergognarsene, non venga considerato come un reietto o un minorato ma possa vivere nel pieno diritto di una condizione che non gli impedisca di stare tranquillamente in mezzo agli altri, godendo di una completa soggettività. Mi piace dunque credere che sia questo pungolo di civiltà che attizza un interesse come quello attuale a ripensare e riattraversare (finalmente!) l’esperienza “rivoluzionaria” di Franco Basaglia.

[pubblicato su "Il Piccolo", 11 maggio 2018]

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