di Pier Aldo Rovatti

 

Sembra che la relazione spesso non facile tra gli insegnanti e i genitori degli alunni delle scuole primarie stia esplodendo come se di colpo fosse diventata una questione urgente e scabrosa. Non è certo casuale l’incrociarsi di pubblicazioni, prese di posizione sulla carta stampata, dibattiti televisivi e interventi sui social, quasi che questo problema ben noto avesse ora raggiunto il suo colmo e traboccasse da ogni parte: segno evidente, al di là dei singoli episodi anche eclatanti, che è in corso una partita culturale che investe l’incontro/scontro tra l’istituzione famiglia e l’istituzione scuola.

Anche Trieste ha registrato in questi giorni episodi significativi, come il caso di quella insegnante che ha promosso un questionario itinerante sulla vita e i comportamenti dei migranti, sollevando molte proteste da parte dei genitori. Un caso che ha sollevato un vero polverone a proposito dei limiti entro cui dovrebbero mantenersi le iniziative scolastiche.

Ma vediamo che cosa effettivamente è in gioco, quale è di preciso il punto del contendere. Quando può e riesce, la scuola grazie ai suoi insegnanti più impegnati e attivi si sporge fuori da un’idea e da una pratica dello studio tutte chiuse nello spazio stretto dell’aula o nelle pure e semplici pagine dei libri, che i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie hanno nei loro zaini spesso pesanti, dunque rendendo elastici i limiti rigidi dei programmi statuiti dal ministero. Come è giusto e ovvio – si direbbe – per una scuola moderna che non si accontenti solo di nozioni e competenze astratte ma tanti di farle reagire con la concretezza del tessuto sociale.

Ma le famiglie spesso non accettano quello che a loro sembra un debordamento improprio e perfino diseducativo. Insomma, si contrappongono a iniziative didattiche che tendano a rinnovare l’esperienza dello studio, e difendono all’apparenza lo schema tradizionale della didattica: desiderano che i loro figli apprendano con rigore le materie impartite e non perdano tempo, che vi siano compiti precisi da svolgere nelle ore pomeridiane, che a tutto ciò corrisponda una puntuale valutazione di merito. Pare quindi che si affrontino tendenzialmente due concezioni dello studio (e di cosa debba essere la scuola) e che le famiglie cerchino di arrogarsi una tutela e una competenza che a loro non spetterebbe.

Le scuole sono ovviamente diverse l’una dall’altra ed è normale che le famiglie, quando si tratta di iscrivere i figli a un primo ciclo o a un passaggio da un ciclo all’altro (per esempio, dalle elementari alle medie), valutino con attenzione le convenienze. A loro volta, le famiglie differiscono per collocazione sociale, per cultura e per provenienza: tuttavia, si può constatare un trend che attualmente sta imponendosi, una sorta di omogeneità che orienta gli atteggiamenti verso la scuola. Atteggiamenti che si presentano, al tempo stesso, come difensivi e invasivi nei confronti degli insegnanti.

I conflitti specifici e locali nascono quando i genitori esercitano una funzione di controllo che esorbita da ciò che è ragionevole e giusto tendendo a invadere un terreno, quello culturale, che è proprio della scuola e degli insegnanti. Ma sarebbe troppo approssimativo interpretare questa invadenza solo come una difesa delle pratiche didattiche tradizionali, intese come disciplina e osservanza dei contenuti disciplinari delle varie materie di studio. In realtà – ed ecco il trend al quale alludevo – i genitori vorrebbero sostituirsi agli insegnanti, o comunque desidererebbero che gli insegnanti si adeguassero a un modello di cultura che ha come unico obiettivo il successo personale dei loro figli.

Il punto della questione non riguarda tanto un bisogno, espresso dalle famiglie, che la scuola resti chiusa nel suo bozzolo e non apra finestre sulla società, cosa che sarebbe impraticabile, ma che apra solo quelle determinate finestre che fanno entrare nelle aule un’immagine di società in cui ogni singolo possa avere un percorso affermativo e raggiungere, appunto, un successo personale. Ne risulta che in genere alle famiglie interessa poco che la scuola sia una comunità aperta in cui si costruisce una cultura critica fondata sul rispetto dell’altro. Anzi, sarebbe meglio che non lo fosse affatto se ciò intralciasse una formazione individuale (meglio: individualistica). Dunque, secondo tale sguardo, la scuola dovrebbe sì “preparare alla vita”, ma si tratterebbe di un modello di vita assai poco in sintonia con le incertezze, gli ostacoli e le contraddizioni della vita reale, in definitiva un modello artificiale e non socializzante.

Credo che il pressing delle famiglie sugli insegnanti, che spesso vengono di conseguenza vissuti come degli antagonisti, si spieghi all’interno del quadro che ho tratteggiato. Se volessimo portarlo al suo estremo, questo manifesto impatto che sta accadendo sotto i nostri occhi implica che le famiglie presumano di sapere perfettamente come tirar su (leggi “educare”) i propri figli e ostacolino come negativa l’autonomia che la scuola deve invece avere per essere tale.

[pubblicato su "Il Piccolo", 3 novembre 2017]

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