di Pier Aldo Rovatti

 

Sappiamo soltanto vincere. L’ipotesi di perdere non è mai, oggi, una normale alternativa. È qualcosa di drammatico, perfino di tremendo. Non possiamo neppure pensarci.

Però accade, e ogni volta che accade il nostro mondo va in frantumi e ci accorgiamo di non avere alcuno strumento per difenderci in maniera ragionevole. Veniamo attraversati da una incontenibile rabbia che cerchiamo di sfogare contro chiunque ci sembri responsabile della disfatta. Contro tutti, tranne chi dovrebbe essere l’oggetto vero con cui prendersela, cioè noi stessi. L’esclusione della nazionale italiana dai prossimi campionati mondiali di calcio ha suscitato un’enorme reazione di massa, al limite dell’assurdo se prendiamo un poco le distanze dall’avvenimento. Certo non l’unico esempio, ma il più clamoroso, quasi ci fossimo giocati in pochi minuti l’onorabilità di italiani. E allora guardiamolo un po’ più da vicino e facciamo qualche considerazione.

Si è trattato di una partita di calcio importante quanto si vuole, che tuttavia rimane tale. Ma che cosa significa il grande calcio oggi per noi? Si ha l’impressione che abbia un significato davvero eccessivo, al punto che quasi nessuno è indifferente. Tutti possiamo vedere quanto prema sul discorso pubblico, quanto i modi di dire e le metafore che esso suggerisce abitino questo discorso. Nessun moralismo, per favore, dato che è innegabile che il calcio alimenti di parole e immagini un linguaggio che tende di suo a diventare asfittico, come è il caso della stereotipata comunicazione politica.

E se facessimo soprattutto pesare sulla bilancia l’affare gigantesco che sfuma per colpa di questa inopinata esclusione? Giusto, tuttavia dovremmo riconoscere che la perdita che non sopportiamo e che ci brucia non riguarda il fatto che sono andati in fumo quantità enormi di denaro. Il lato commerciale, pure importante di per sé, non è per noi l’aspetto più importante. Il nostro sconforto, all’indomani della partita decisiva, non aveva niente a che fare con la perdita in denaro, di cui quasi nessuno si è curato. Sappiamo bene, d’altronde, che i calciatori navigano spesso nel lusso, e gli allenatori di spicco insieme a loro: cifre da capogiro per il comune cittadino, che magari attirano i più giovani a tentare la chance di una “carriera” dorata e spingono le loro famiglie ad assecondare questa illusione; prospettive di una vita vincente ma improbabile, in ogni caso un mito manifesto dei tempi che corrono. Tuttavia – diciamocelo – non è questo che giustifica il clamore collettivo per una sconfitta, è proprio la sconfitta in sé, l’aver perso, l’aver creduto che non era possibile perdere, in breve: l’incapacità assoluta di perdere.

Vorrei, infine, considerare che chi non ha vinto la partita sono stati i calciatori, e che le loro manifestazioni luttuose si sono però esaurite alla svelta perché hanno avuto la sensazione di aver fatto, da parte loro, quello che dovevano e potevano fare, con ciò autoassolvendosi da colpe personali (scarsa professionalità, ecc.). E infatti i capri espiatori sono diventati non certo Buffon e i suoi compagni, ma l’allenatore Ventura e il dirigente Tavecchio. E noi, che ruolo abbiamo? Noi siamo lì seduti in poltrona, davanti alla televisione, e poi siamo quelli che si agitano e alzano la voce e intervengono rabbiosi e sconfitti dovunque possano prendere la parola. Noi, in questo teatro melodrammatico, siamo solo gli spettatori che si offendono in nome di coloro che effettivamente hanno perso una pur grande occasione sportiva. Insomma, noi impersoniamo quelli che proprio non sanno perdere.

Confesso di non essere un patito del gioco del calcio, sono uno che si vergognerebbe di agitarsi, magari da solo, davanti allo schermo con indosso la maglietta della squadra del cuore (una scena che ho visto con i miei occhi). Comunque il fatidico match Italia-Svezia l’ho guardato senza alcuno spirito disfattista, e cosa ho visto? Una partita arrembante, emozionante anche, che poteva essere tranquillamente vinta dalla nazionale italiana, se il caso avesse girato così. Credo che il gioco del calcio ci prenda proprio perché abilità e fortuna vi si mescolano continuamente, come capita in ogni gioco agonistico degno di questo nome.

Conclusione? Non c’è obbligo di vincere, come ironicamente notava una sera un mio compagno di tavolo (giocavamo a poker). Ecco il punto: vincere non è un dovere né una necessità, ma soprattutto perdere (quella sera, mi lamentavo per le carte sfortunate) non è una maledizione, è semplicemente una possibilità che deve essere messa in conto e che non dovrebbe mai rovinare il fascino del mettersi in gioco e della sfida. Mala tempora currunt. Come dire: non siamo né nel momento né nella società giusta. Oggi “dobbiamo” comunque vincere e, se perdiamo, spesso siamo tagliati fuori nella vita e nel lavoro, proprio come accade alla nazionale di calcio. Nessuno sa davvero perdere. Se perde, il mondo gli casca addosso e la gente gli salta in testa.

Perciò arriverei a dire che il saper perdere, tra le virtù che sono decadute e sparite, sarebbe quella più importante da ritrovare e rimettere nel posto privilegiato che le spetta. Operazione che appare quasi impossibile poiché dovremmo mettere a repentaglio noi stessi, trasformarci radicalmente resistendo alle soffocanti pressioni degli stereotipi di potere che ci stanno governando.

[Pubblicato su "Il Piccolo", 24 novembre 2017]

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