di Pier Aldo Rovatti

 

L’espressione “effetti collaterali” è entrata stabilmente nel nostro linguaggio quotidiano. La sentiamo usare e la adoperiamo noi stessi in tante occasioni, a proposito della pillola che prendiamo appena svegli fino alle operazioni di guerra che possono interessare l’intero pianeta, cioè dalle esperienze di ciascuno nello stretto della propria esistenza fino ai grandi eventi mondiali che coinvolgono tutti.

La adoperiamo con una certa nonchalance, come qualcosa di ovvio, ma nessuno può stare davvero tranquillo. Basta pensarci un istante per rendersi conto che essa contiene molti motivi di preoccupazione. È vaga e anche minacciosa. Allude a conseguenze che ignoriamo perché ci viene detto in modo esplicito che queste conseguenze, gli “effetti”, sfuggono almeno in parte (e spesso non sembra la parte più trascurabile) a coloro che li producono.

Di fronte al rapporto tra una causa e un effetto, da sempre tassello fondamentale della nostra maniera di pensare, avvertiamo quasi un senso di padronanza, “se a allora b”, normale no? Ma tale logica comune e millenaria, al punto da funzionare nel nostro cervello come un automatismo abituale, diventa preoccupante e anomala non appena abbiamo a che fare con l’aggettivo “collaterale”: il discorso si confonde nel momento in cui, se è vero che dalla causa a discende l’effetto b, dobbiamo ammettere che questo “b” è avvolto in una specie di nebulosa di altri effetti che stanno a lato, uno sciame di b1, b2, b3 ecc., che risulta via via meno controllabile fino a uscire da ogni controllo. Il termine “collaterale” non solo sbilancia l’idea standard di causa/effetto, introducendo un orizzonte di incertezza laddove pensavamo di essere certi, ma fa di peggio.

Infatti, produce l’accettazione preventiva di un esito negativo. Fa sì che noi, fin dall’inizio, accettiamo che qualcosa potrà andare storto. Per ottenere un risultato dovremo mettere in conto il fatto che assieme a un “buon” esito avremo conseguenze più o meno “cattive” e quindi convincerci della necessità che insorgano anche elementi negativi.

È evidente che tutto gioca attorno a questo fatto della collateralità: se essa, pur indesiderata, si riduce davvero a quello che la parola sembrerebbe promettere, cioè un effetto marginale, oppure se nessuna promessa può davvero essere garantita. A volte la promessa viene fatta in maniera ipocrita, altre volte solo difensiva, ben sapendo che non potrà venire completamente mantenuta (o che non lo sarà affatto). Non è dunque esagerato pensare che nell’espressione “effetti collaterali” possa venire percepito una specie di imbroglio consapevole ai danni di coloro che si affidano alla sua apparenza innocente.

L’esempio, noto fin da Platone, del carattere doppio del farmaco, cura e insieme veleno, è quello più eclatante che incontriamo nella vita di ogni giorno. Quante volte il medico ci ha detto di non leggere le lunghe e tortuose indicazioni che troviamo nella confezione della medicina che ci ha prescritto? Se ci raccomandasse il contrario e noi ci soffermassimo troppo sull’elenco degli effetti indesiderati, potremmo ricavarne una reazione demotivante. Alla lettera, nessuno saprebbe bene come cavarsela perché non avrebbe gli strumenti per comprendere tutti i dettagli.

Se avete qualche dubbio – troviamo scritto – non esitate a rivolgervi al vostro medico, il quale risponderebbe come ho appena detto, oppure, quasi con un eccesso di professionalità, ci spiegherebbe che il produttore del farmaco è obbligato a mettere le mani avanti e a elencare ogni effetto collaterale poco desiderabile. Dovremmo dunque tranquillizzarci e credere davvero che tali effetti siano solo il frutto di una cautela portata all’estremo?

Non a caso esplodono polemiche anche accese. È scarsa l’informazione oppure una simile informazione non può mai essere completa? Sono vere entrambe le cose, e si può forse ritenere che l’informazione più completa e più critica ci porterebbe proprio davanti all’ineliminabilità dell’effetto collaterale. Ma l’attuale cultura non ci ha preparati a una simile constatazione, preferendo far circolare sull’intera questione un’aria accogliente da effetto “placebo”.

Non mi soffermo più di tanto sul secondo esempio che volevo portare, quello che riguarda la guerra e gli effetti collaterali dei bombardamenti, tecnologicamente mirati ma che finiscono spesso per dar luogo a “errori”, colpendo la popolazione civile. Qui l’uso dell’espressione è smaccatamente ingannevole e l’aggettivo “collaterali” si traduce in un numero grande o piccolo di morti non preventivate, al punto che l’espressione stessa sta diventando odiosa e quasi provocatoria.

[pubblicato su "Il Piccolo", 28 aprile 2017]

 

 

Tagged with:
 

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>