di Andrea Muni

L’(auto)ironia e il paradosso, intesi come figure retoriche e come atteggiamenti critici, sono strumenti preziosi e, purtroppo, sempre più disertati, per provare ad aprirsi dei varchi all’interno di situazioni apparentemente senza uscita. Una di queste “situazioni” è oggi senz’altro quella riguardante l’attualità politica europea, che non sembra offrire alcuna via d’uscita al poco incoraggiante binomio populismo-establishment. In questo senso, la semi-ironica idea che l’irreversibile impoverimento della nostra società non sia esclusivamente leggibile come un male assoluto, potrebbe rivelarsi inaspettatamente e paradossalmente feconda. Se infatti, da un lato, il peggioramento delle condizioni di vita produce strutturalmente frustrazione, disagio e desiderio di identità forti, dall’altro esso è anche da sempre una delle cause principali dell’intensificazione delle pulsioni sociali.

Il bisogno “radicale” infatti, il bisogno fuori dalla logica dei “beni” materiali, è il bisogno di socialità. La pulsione a stare, confondersi e sfidarsi con e negli altri non ha alcun sapore paternalistico-pedagogico, ma ci coglie piuttosto come un’urgenza semi-cosciente, come un desiderio spontaneamente agito e vissuto nella carne e nella vita quotidiana (fatta di lavoro, famiglia, amicizia). Le pulsioni sociali sono amorali, semicoscienti, non progettuali: sono forse l’ultimo antidoto rimasto contro quegli interessi “individuali” che spesso non sono davvero i nostri interessi, ma le regole di un gioco che abbiamo paura di smettere di giocare per il semplice fatto che è l’unico che abbiamo mai imparato.

Non si tratta tanto di pensare che sia giusto cambiare le regole del gioco, si tratta piuttosto – in maniera completamente rovesciata – di giocare il gioco altrimenti, falsandone le regole, per riuscire a pensare diversamente. L’ideologia, come diceva Althusser, non risiede nella mente delle persone, ma esiste piuttosto materialmente nella capillare e inavvertita socializzazione, da parte di ognuno di noi, di una certa esperienza padronale di noi stessi. Un’esperienza che ci porta a subordinare le pulsioni sociali ai desideri razionali ed “egoistici” dell’individuo, illudendoci di poter scegliere consapevolmente il nostro “bene” alla stregua di come scegliamo i nostri “beni”. Ma la socialità non è un bene, non è dell’ordine dell’avere, bensì dell’essere e del subire. Non è qualcosa che si può razionalmente desiderare e conquistare, è piuttosto un al di qua, che si raggiunge tanto più facilmente quanto più rapidamente si attenua la nostra radicata identificazione con l’individuo “sano”, “normale”, “buono” e calcolabile dell’edonismo, dell’interesse e dell’utile.

Nelle passate settimane sono tornati in auge – grazie alla recente pubblicazione dei dati Istat (riferiti al 2015) e all’annuale rapporto Caritas – i temi della disuguaglianza sociale e della povertà giovanile. I numeri sono impietosi: da dieci anni il divario tra ricchi e poveri aumenta esponenzialmente, concentrandosi in particolare sulla fascia di età 18-35. Questi dati non hanno mancato di produrre il loro usuale “intensissimo” quarto d’ora di contrizione, per poi trovarsi prontamente sepolti dall’accorata e scottante polemica – riesplosa dopo il “No” al referendum – sulla evidente mancanza di proposte politico-culturali alternative al binomio populismo-establishment. Potrebbe rivelarsi utile riannodare queste due questioni di stretta attualità attraverso un piccolo flashback. Era la metà degli anni settanta quando Ágnes Heller accendeva, anche in Italia, un importante dibattito sulla necessità di riscoprire – al di sotto, o al di qua, dei cosiddetti bisogni materiali, sempre suscettibili di essere pilotati politicamente e ideologicamente – i cosiddetti bisogni “radicali” (o sociali). La Heller aveva tratto questa idea direttamente da Marx, il quale sosteneva nei suoi Manoscritti che la socialità dei lavoratori, degli operai, degli sfruttati non è strumentale al raggiungimento di un obiettivo politico, ma è piuttosto un bisogno immeditato, “spontaneo”, fine a se stesso. Il mangiare, fumare e bere insieme – diceva Marx – sono per i lavoratori uno scopo in se stesso: sono la condizione – e non il mezzo – di ogni progetto politico.

Il populismo infatti, a ben guardare, si abbevera – attraverso modalità appena un po’ differenti – alla stessa fonte psico-sociale del neoliberalismo: entrambi si nutrono della frustrazione, dell’invidia e dell’insoddisfazione individuali. Se volessimo provare a falsare davvero le regole di questo gioco a perdere, allora, forse, provocatoriamente, potremmo concluderne che l’impoverimento (quasi) globale della nostra società non è necessariamente un male assoluto. L’impoverimento, che è altra cosa dalla miseria, potrebbe addirittura rivelarsi un inaspettato assist per la riscoperta di un ampio e dimenticato ventaglio di “beni” sociali. Sottrarsi alla trappola vittimistica del lamento sarebbe forse un’ulteriore mossa, strategicamente preziosa, per socializzare con entusiasmo e incarnare – più che teorizzare – una reale alternativa politico-culturale. Forse queste perdite, questo indebolimento, questi fallimenti – di cui le giovani generazioni si sentono spesso ingiustamente e personalmente responsabili – sono giocabili a rovescio come altrettante occasioni per riscoprire delle pulsioni (e delle soddisfazioni) sociali capaci di competere con quelle sponsorizzate dalla impercettibile pedagogia dell’individuo. Dalle giovani coppie di genitori che non temono di dare ai propri figli esempi di vita “sconvenienti” al ritorno delle famiglie allargate in cui si temperano le solitudini di nonni e nipoti, dagli studenti-lavoratori alle nuove forme di co-housing tra i giovani operai stagionali e delle grandi metropoli, è in atto nel nostro Paese una rivalutazione profonda e silenziosa delle soddisfazioni sociali a costo zero, che potrebbe rivelarsi presto un’inaspettata – e fruttuosa – chance per la ricomposizione del nostro tessuto sociale. Fermo restando che esistono oggi nel nostro paese milioni di persone (molte giovani) che lottano quotidianamente per obiettivi ben più reali: per non vedere la propria casa venduta all’asta, per non farsi portare via i figli dall’assistenza sociale, per sconfiggere dipendenze contratte nello sforzo di sopportare al meglio vite (o lavori) logoranti; persone che certamente non hanno bisogno di queste riflessioni per sapere che cosa sono i bisogni sociali radicali e la loro silenziosa, indistruttibile persistenza.

[Uscito sull' "Espresso" il 20 gennaio 2017]

 

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