di Pier Aldo Rovatti

Quando penso a Umberto Eco mi vengono in mente due tratti che appartengono tanto alla persona che è stata quanto all’opera che ha prodotto in più di cinquant’anni di protagonismo culturale. L’ironia e il gioco.

Lo spazio della sua scrittura è sempre stato uno spazio increspato da una tonalità ironica, sia che si tratti dei grandi saggi di semiotica, sia che leggiamo i suoi romanzi a partire da Il nome della rosa, sia che scorriamo la rubrica “La bustina di Minerva” tenuta per decenni sull’ultima pagina dell’“Espresso” (e ora – in quella che sarebbe stata la sua nuova casa editrice, La nave di Teseo – ne uscirà la raccolta con il titolo dantesco Pape Satàn Aleppe).

Qualcosa come un alleggerimento del discorso serioso che non era soltanto la caratteristica dell’uomo (bastava incontrarlo anche una sola volta), la sua costante disponibilità al calembour, ma forse proprio la sua maniera di esercitare quel ruolo di intellettuale che lo ha fatto conoscere e apprezzare un po’ dovunque nel mondo. Ci fu sorpresa quando nel 1983, su invito di Gianni Vattimo, collaborò al famoso reading Il pensiero debole con un impegnativo saggio sull’“albero di Porfirio”, e ancora oggi ci si potrebbe chiedere: che cosa c’entrava? Credo che la risposta stia proprio nell’alleggerimento ironico che attraversa sempre il suo modo di essere e di pensare la filosofia, dentro e fuori dai recinti accademici.

Lo frequentai soprattutto negli anni tra la fine dei Settanta e gli Ottanta, quando ebbi modo di incontrarlo spesso nelle mitiche riunioni redazionali del mensile “Alfabeta”, in cui si radunava – per opera di Nanni Balestrini – un eccezionale parterre de roi per tentare di far fronte all’emergenza politica e culturale dei cosiddetti anni di piombo. Gli ingressi di Umberto Eco in quelle riunioni milanesi erano ogni volta dei colpi di teatro: arrivava trafelato e fuori orario, magari appena sceso dall’aereo che lo aveva condotto da San Francisco a Milano, e si metteva a parlare con voce tonante (e la sua erre così tipica) delle novità che portava con sé, incurante di quello che stava avvenendo nella stanza in cui quasi magicamente appariva. Quasi mai erano cose di scarso rilievo, anzi.

Amava questo gioco teatrale in cui rappresentava se stesso anche con un tratto deliberatamente irrisorio, e certamente amava il gioco come pedina fondamentale del discorso culturale nel suo insieme. Ecco un aspetto davvero caratterizzante della sua poliedrica figura intellettuale, aspetto che percorre a mio parere tutto il suo lavoro, dal livello apparentemente solo quotidiano (i mille giochi di parole che ci ha insegnato dalle pagine di “Linus” e da tanti altri luoghi che sbaglieremmo nel considerare effimeri) al livello alto della produzione saggistica e creativa: non c’è alcun dubbio che per lui l’homo ludens fosse al centro della scena teorica e che il gioco, nelle sue innumerevoli variazioni, costituisse un esistenziale che governa buona parte delle nostre condotte e al quale non dovremmo mai rinunciare, pena l’imbottigliamento in uno sterile nichilismo. Gioco nel e del linguaggio, ma anche del e nel vivere nel suo complesso. Tutti coloro di cui è stato maestro o solo temporaneo punto di riferimento culturale lo sanno perfettamente.

Ovviamente amava stupire con i suoi wiz. Un giorno che lo incontrai a New York e subito mi trascinò a bere una birra, mi disse: lo sai il contrario di “abbondantemente”? Rimasi in attesa della sua risposta: “A Berlino Petrarca dice la verità”.

[uscito su "Neue Zürcher Zeitung" il 22 febbraio 2016]

 

 

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