di Pier Aldo Rovatti

Sembra retorico chiedersi se la scuola deve essere come una fabbrica. Eppure, nonostante tutte le sperimentazioni tentate per modificarne il profilo, la scuola nella sua sostanza resta una macchina che funziona sul modello, peraltro ormai desueto, della catena di montaggio e della disciplina dei tempi di lavoro. Una vera riforma dovrebbe cercare di trasformare quest’organizzazione da fabbrica, che si riproduce ovunque perché non c’è una volontà politica che vi si opponga davvero. La questione dei “tempi” è al centro di tutto, sia per quello che riguarda gli studenti sia per ciò che concerne il corpo insegnante.

Un tiepido accenno al problema si è avuto nella recente discussione sulla lunghezza delle vacanze: è sembrata tuttavia una polemica alquanto diversiva, sollevata per riempire le more di un disegno di legge che evidentemente stenta a partire per quanto si continui a ribadire che la scuola è in cima all’agenda del governo. Non è questione di quanto duri il tempo delle vacanze ma di come sono organizzati e codificati i tempi delle lezioni. Cinque ore serrate ogni giorno che diventano anche sei nella scuola superiore, il fatto che quasi sempre a un’ora di una materia segue un’ora di un insegnamento diverso, e ancora il fatto che lo studente quasi sempre resta fermo, surplace, al suo posto, nella sua aula, mentre sfilano gli insegnamenti e gli insegnanti.

Se sei ancora un bambino e hai molta voglia di muoverti, arriva lo psicologo ad arginare il tuo dinamismo. Quando poi sei cresciuto, ti adegui e accetti la disciplinarità quasi obtorto collo. È abbastanza paradossale ascoltare i lamenti degli insegnanti sulla progressiva disattenzione degli studenti: “accade – dicono – che nelle ultime ore l’attenzione è più difficoltosa e quasi svanisce”! Se si aggiunge che nella prima, e magari nella seconda ora, l’alunno si sta ancora svegliando del tutto, la curva dell’attenzione che ne risulta è alquanto preoccupante. Tutti ricordiamo la tortura delle levatacce quando magari fuori era ancora buio, nonché i ritorni a casa alle due senza che ti abbiano aspettato (un’esperienza quest’ultima che ricordo come desolante).

Davvero non si può modificare questa macchina? Si potrebbe, ma non lo si vuole. Continua infatti a prevalere l’idea, di sapore un po’ reazionario, che la scuola debba “temprare” gli animi dei futuri adulti e che questo sia in definitiva il suo principale obiettivo, ancora più fondamentale dell’apprendimento dei saperi. Qui da noi, accade anche che le attività del corpo vengano di conseguenza scarsamente considerate, o surrogate da un principio di competizione legato alla disciplinarità stessa.

“Siamo bloccati dalla fissità dei programmi da svolgere”, dicono quegli stessi insegnanti che vorrebbero infrangere i tempi dettati dalla catena di montaggio scolastica. Per farlo cercano di introdurre nel loro modo di insegnare dei tempi qualitativi e non standardizzati, ma ogni volta finiscono per sbattere la testa contro il muro delle scadenze didattiche. Occorre anche aggiungere che le attuali strutture dei nostri istituti, che non lasciano quasi mai alternative  alla fissità dell’aula come luogo cinico, non aiutano una simile qualificazione dei tempi didattici.

Dunque, la domanda se la scuola deve essere organizzata come una catena di montaggio, non solo non risulta retorica ma si rovescia nell’affermazione che, sì, la scuola deve funzionare come una fabbrica perché l’opinione dominante è ancora, nonostante tutto, che essa insegna ai piccoli d’uomo e di donna che questo è il funzionamento della vita e della società. Se lo impari, allenandoti ad alzarti all’alba, a stare fermo per ore su una sedia, a esercitare la facoltà dell’attenzione quando essa è più recalcitrante (magari, anche, imparando a dissimularla), allora ti sei scolarizzato. Italiano, storia, filosofia, matematica, fisica, e tutte le altre materie, saranno gli specifici contenitori di quest’esercizio di autosottomissione ai tempi della giornata scolastica.

[Pubblicato su "Il Piccolo", 3 aprile 2015]

One Response to Ma la scuola deve essere una fabbrica?

  1. Luca Giuffredi says:

    Trovo l’articolo condivisibile per alcuni aspetti e semplicistico in altri.
    Quello che non condivido affatto è l’idea, completamente errata, che lo psicologo “argini il dinamismo” del bambino e cerchi di “normalizzarlo” alla scuola fabbrica.
    Niente di più sbagliato. E’ esattamente il contrario.
    Lo scopo dello psicologo nella scuola è molto più complesso e serio.
    Cordiali saluti
    Luca Giuffredi (psicologo dell’età evolutiva)

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