di Pier Aldo Rovatti

 

È davvero stupefacente che un progetto educativo per la scuola d’infanzia, basato su alcuni giochi rivolti a sensibilizzare i bambini e le bambine verso l’uguaglianza dei diritti e la parità di status e di opportunità tra maschi e femmine, abbia prodotto tanto rumore. È bastata una scintilla, innescata dalla protesta di un genitore, per fare avvampare un clamoroso incendio.

Un topolino ha partorito la montagna. Si è creato un effetto valanga di dissensi, da quelli soft dei benpensanti, che hanno definito l’iniziativa certo lodevole ma alquanto prescrittiva, a quelli hard di reazionari che si sono spinti fino ad addobbare i muri di alcuni istituti cittadini con striscioni come “Politica e lobby fuori dagli asili” o “Asili nido, no alla confusione sessuale”.

È allora opportuno tentare di capire che cosa abbia suscitato quest’ondata di vis polemica la cui eco mediatica si è allargata a livello nazionale e anche oltre. A scoppio ritardato, oltretutto, visto che il programma era già stato varato fin dal 2013. Per cominciare, diamo un’occhiata alle undici attività che formano il kit del cosiddetto “Gioco del rispetto” (messo a punto dall’Associazione Laby). Il fatto che si sia deciso che solo due di esse verranno per ora sperimentate ha fatto credere che nelle altre nove si nascondano chissà quali nequizie, il che – come si può verificare – è completamente falso. Il gioco delle figurine-memory che il bambino deve associare per scoprire i ruoli interscambiabili del maschile e del femminile, e il gioco delle due favole (il Castello Azzurro e il Castello Rosa) che raccontano di un incantesimo che ha bloccato bambini e bambine in mondi contrapposti e senza scambi, condividono i medesimi criteri di rispetto e di parità del “Se fossi…”, di “Arrivo da Marte”, di “Giochiamo al contrario”, di “Tana libera tutti”, delle “Carte dell’elefante”, di “Anche la maestra si traveste”, di “Ciak! Si disegna” o del “Rinominiamo gli oggetti”. Ovvero il criterio di non accettare i ruoli come già prefissati, di riconoscere gli stereotipi, di introdurre movimento e varianti nelle scene apparentemente bloccate di un’esperienza quotidiana standardizzata. Non si vede qui alcun possibile motivo di scandalo e neppure quell’inculcamento di valori di cui ci si preoccupa.

Anche l’obiezione che i bambini siano troppo piccoli (3-6 anni) non sta in piedi, come ormai tutto il mondo della pedagogia ha ampiamente documentato. Inoltre, pare alquanto speciosa la critica che gli stereotipi siano in realtà utili ai bambini e quindi non vadano rimossi, critica che ha l’aria di essere il tipico colpo di furbizia da parte di chi è a corto di argomenti.

I rimproveri più grevi, del tipo “qui si fa politica”, “si cala dall’alto l’ideologia del gender”, o addirittura “si indottrinano bambini innocenti”, si smascherano da soli nel loro tentativo, loro sì, di fagocitare ideologicamente l’esperimento. Cosa resta, allora? Vorrei dirlo papale papale: rimane un sospetto pesante verso il travestimento (qualcuno è arrivato a dire: “è altamente diseducativo che i bambini si travestano da bambine”), e resta soprattutto l’orrore dei corpi che si esplorano e forse si toccano (dopo un esercizio in palestra) allo scopo di osservare somiglianze e differenze. Il fatto che le identità possano mescolarsi o solo entrare in contatto risulta insopportabile. Fa paura. È questo, secondo me, che ha fatto esplodere dinieghi e aggressività nell’opinione adulta, la quale dimostra così con un apparente soprassalto di libertà la propria preoccupante insicurezza.

Il gioco del rispetto dovrebbe piuttosto essere diffuso presso gli adulti stessi, che hanno rivelato, con le loro insofferenze, di saperne poco o nulla: assai poco di cosa si tratti quando si parla di rispetto in quanto esso consiste in una pratica spesso sconosciuta. Quasi nulla o nulla del tutto di cosa sia gioco e giocare, roba più che altro da intervallo o da tempo libero (o magari da praticare un po’ di nascosto), mentre il vero gioco, il gioco davvero giocato, è già esso stesso, come tale, una scuola di democrazia e di rispetto.

[pubblicato su "Il Piccolo", 20 marzo 2015]

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