di Pier Aldo Rovatti

La domanda che circola da qualche tempo nel mondo culturale potrebbe essere la seguente: stiamo tutti diventando dei “benpensanti”? Alla quale potrebbe accompagnarsi un interrogativo ancora più drastico: stiamo tutti trasformandoci in “tutori dell’ordine filosofico”?

Se fosse vero – ma di certo è verosimile o comunque ipotizzabile – potremmo concluderne che il pensiero critico sta declinando fin quasi a scomparire, nonostante ogni apparenza. Molto spesso il pensiero critico sembra oggi relegato in soffitta: il pensiero – si dice – ha da essere “positivo”, costruttivo, contribuire a una cultura di governo. Bisogna farla finita – si ripete spesso a voce alta – con un pensiero “negativo” solo capace di distruggere e di decostruire. È terminata l’epoca dei Derrida e anche dei Foucault, così come ormai sono state azzittite le grandi voci di Nietzsche e di Heidegger, loro mentori. Un’onda irreversibile starebbe finalmente cancellando decenni di rifiuto della ragione e dell’illuminismo, e di battaglie oscurantiste contro le sorti progressive dello spirito scientifico. Tutto sarebbe cominciato da quell’infausto ’68, di cui ora molti vorrebbero cancellare perfino la memoria.

Messo così, il quadro sembra esageratamente apocalittico, e soprattutto è un modo sbagliato di vedere le cose. Vanno introdotti dei distinguo e segnate delle differenze. Eppure la sostanza ideologica è più o meno proprio questa. Quando stigmatizzo l’entropia della filosofia come esercizio critico, so perfettamente che continuano a esistere non poche voci critiche che si oppongono al processo di omologazione e di amnesia o cercano di contrastarlo. Ma è difficile negare che la tendenza complessiva proceda in direzione opposta e che tale tendenza di pensiero omologante (che rappresenta l’interfaccia dell’omologazione sociale in cui stiamo vivendo) scalfisca ogni giorno di più, affievolisca e ammansisca quasi automaticamente l’efficacia del pensiero critico. Ne arrotondi le punte, perfino nei modi della discorsività e nelle parole stesse che vengono adoperate. Voglio dire, per esempio, che il richiamo alla vocazione socratica della filosofia e al filosofo come “disturbatore” di professione continua a farsi udire ma in maniera sempre più ovattata: diventa un richiamo esile, poco convinto, rivolto a orecchie in genere poco disposte all’ascolto. D’altronde, non si è sempre ripetuto che la filosofia non “serve” a nulla?

Per passare a esempi più circostanziati, certo che si continua a parlare di Derrida (a dieci anni dalla morte) o di Foucault (a trent’anni dalla scomparsa), ma come se ne parla? In forma di commento e di omaggio: Derrida è ormai un filosofo da album dei ricordi, Foucault – pur con maggiore fatica – diventa egli stesso un episodio del passato o si cerca comunque di neutralizzarlo nella galleria della storia del pensiero contemporaneo.

Cosa significa, dunque, “benpensanti”? Prelevo l’espressione dal felice titolo di un recente libro del sociologo e filosofo Alessandro Dal Lago (I benpensanti. Contro i tutori dell’ordine filosofico, il melangolo, Genova, pp. 220), libro che è passato finora quasi sotto silenzio e non per caso. Invito a leggerlo poiché è un testo di insolita schiettezza e di zero noia: in esso la polemica attuale (attorno al cosiddetto “nuovo realismo”) viene amplificata a tutta la vicenda del pensiero occidentale, dai greci e soprattutto dal Medioevo in su, in un curioso confronto di idee con un giovane ricercatore di formazione analitica. La schiettezza consiste nel racconto esplicito della coerenza di un intellettuale (attraverso Weber, Goffman, Bateson, Hannah Arendt, Foucault) che intende conservare e rilanciare la propria militanza di pensiero libero e di esploratore dell’orizzonte aperto delle interpretazioni. E che non nasconde di avere imparato simile libertà proprio dall’ormai famigerato ’68.

I benpensanti sarebbero allora tutti coloro che sono convinti di avere la verità in tasca e che trattano gli altri con sufficienza e supponenza filosofica. E si legittimano attribuendosi così il diritto di additare una politica culturale perbenista e oggettivamente autoritaria. Coloro che vorrebbero far diventare i “soggetti” degli esseri conformi e ubbidienti a una socializzazione artificiale dettata principalmente dal marketing delle idee, ormai diffuso ovunque. Pensiamo solo a cosa accade nell’educazione dei nostri figli e alla supponenza della pedagogia come sapere dominante.

I benpensanti sono proprio coloro che vogliono operare un taglio netto rispetto alla cultura del recente passato, che vorrebbero poterla “dimenticare” in toto, non esserne più infastiditi. Sono coloro che credono che la filosofia possa educare la gente nel momento stesso in cui loro stessi additano con disgusto la commistione tra saperi e poteri. Al contrario, il pensiero critico, ormai ridotto all’angolo, non ha mai creduto che il “filosofo” potesse o dovesse governare alcunché.
Si parla tanto oggi di etica e di programmi di comportamento. I benpensanti si danno da fare giorno e notte, intervengono sui gesti microfisici, danno consigli a chiunque e dovunque. Potremmo forse riuscire a farne a meno? Mi piacerebbe rispondere di sì. Ma la risposta realistica sembra purtroppo quella opposta.

[articolo uscito su "Il Piccolo", 15.08.2014]

4 Responses to I benpensanti e l’eclissi del pensiero critico

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  2. [...] Pier Aldo Rovatti I benpensanti e l’eclissi del pensiero critico [...]

  3. Verona Emanuele says:

    Piu’ che benpensanti siamo benlassisti poco critici o poco investiti da un ordine che ci lascia stretti o legati a seconda dell’eta e del frastuono che intorno ci gira con l’ esuberanza di un fanciullo che non ha il sapere conoscenza ne discernimento ma col calare della sera riconosce attento la carezza protetta intorno a lui ci accomodiamo facilmente ad ardue parole ma nel significarle rimaniamo inebetiti dal frastuono di un mondo senza più certezze quando la certezza non e’ certo la fermezza di una mano che si ribella cercando la persuasione di un pensiero certamente piu’ favorevole

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