di Pier Aldo Rovatti

[uscito su "Il Piccolo", 20 giugno 2014]

E se stessimo andando tutti assieme verso una società di sonnambuli? Se, proprio quando sventolano ovunque le bandiere delle sorti magnifiche e progressive della libera iniziativa degli individui, in realtà sprofondassimo ogni giorno di più in uno stato di incoscienza generalizzato, nel quale ciascuno si esautora della propria responsabilità?

Forse ho così presente la metafora del sonnambulo per via di una recente lettura che mi ha catturato e fatto pensare (un’originale docu-fiction sugli anni più terribili della Rivoluzione francese). Sta di fatto che il paradosso di una condizione di libertà, mai tanto celebrata (e vissuta), associata a una condizione di addormentamento altrettanto evidente, sembra davvero un fenomeno che attraversa le nostre vite.

Non è propriamente un dormire: il sonnambulismo è un altro modo di stare svegli. Non è un essere passivi e abulici, anzi è un attivismo incessante, produce dinamismo, quasi fossero proprio il godimento e l’azione a spingere la nostra marcia. Il sonnambulismo si mescola a una sindrome del fare, condotta anche fino al limite della violenza, a una specie di ubriacatura collettiva. I segnali non sono difficili da captare, dal parossismo tecnologico che ha ormai ipnotizzato giovani e meno giovani generazioni fino all’inebriamento di massa per i circenses sportivi.

Ci siamo abituati a vivere in un consorzio sociale in cui tutti camminano per strada con il cellulare all’orecchio e nel quale ogni pausa viene riempita dall’immersione nel proprio tablet per avere da Facebook e Twitter l’ossigeno sociale necessario: una paradossale socializzazione che avviene mediante l’isolamento comportamentale di ciascuno. Uno scenario incongruo diventato del tutto normale. Come è normale che si levi in piena notte un boato assordante, quasi da ogni abitazione, quando l’Italia (intesa come squadra di calcio nazionale) segna un goal all’Inghilterra.

Siamo in un tornante storico che parrebbe già scritto ma ha caratteri di novità che dobbiamo ancora decifrare. I molti rimandi letterari e culturali che vengono in mente non bastano più per capire il nostro dilagante sonnambulismo. Né la psicologia delle masse di Freud, né Mario il mago di Thomas Mann, per quanto siano utili richiami, riescono a dirci cosa ci sta effettivamente accadendo. Il libro, al quale ho alluso all’inizio, sarà pure meno nobile (mi riferisco all’Armata dei sonnambuli scritto da un affermato collettivo di Bologna), ma forse ci mette sulla strada giusta, insistendo curiosamente sull’importanza del magnetismo, un episodio peraltro ormai archiviato e dimenticato. “Magnetismo” è infatti una parola arcaica, una pratica squalificata e quasi da barzelletta. Tuttavia, se ha senso paragonarci a dei sonnambuli, in forza di che cosa ci muoviamo? Esistono dei magnetizzatori della società attuale?

In effetti pare che continuamente li cerchiamo identificandoli in leader anche molto diversi. Da una parte le diversità (quella che separa un Renzi da un Berlusconi o da un Grillo) sono decisive quanto alle intenzioni e agli esiti politici. Ma, dall’altra parte, c’è un filo che le lega, ed è appunto l’esigenza di avere dei magnetizzatori che ci indichino che passi dobbiamo fare.

Anche questo, però, è uno schema abbastanza obsoleto. Saremmo preda di un qualche “incantatore”, lui suona il piffero e noi come topi dietro, come nella famosa favola. Non è così, perché non capiremmo come mai il sonnambulismo si combina con la domenica della libertà degli individui. Ciò che fa funzionare sostanzialmente questa nostra strana società potrebbe essere piuttosto un processo in cui ciascuno magnetizza se stesso e tutti tendono a identificarsi in questo essere svegli dormendo. Ogni sonnambulo crede di essere il più furbo, il più libero, colui che corrisponde meglio al proprio impulso e ai propri desideri. Colui che non conosce limiti, al quale tutto è lecito, che ha finalmente scoperto se stesso.

 

 

One Response to Una società di sonnambuli

  1. Verona Emanuele says:

    sonnambuli senza più conoscere la strada ma lasciare che la strada ci porti quante azioni che ci conducono con pacata e incerta responsabilità di cio’ che ci appartiene abbiamo meglio inteso i nostri pensieri e ne facciamo uso e consumo mantenendo quella sicurezza ormai divenuta sacra saldati a percezioni esterne rispondiamo con percezioni interne valorizzando ciò che e’ meglio fare per noi senza allargare orizzonti così incomprensibili drammatici e a volte insolubili sonnambuli per non morire e la paura non vuole investire in coraggio per perdere appartenenza abitudini viviamo il tempo di un benessere che non ha logica ma e’ solo il proseguo di un sonnambulismo che non ha modo di liberare pensieri nel sonno mancato lasciando al cammino lento e incosciente l’insicurezza di un futuro

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