di Pier Aldo Rovatti
“Il Piccolo”, 13 settembre 2013

Riaprono le scuole in un clima già teso per una serie di questioni contingenti, a cominciare dal grande pasticcio dei test d’ingresso all’università. Ma è poi comprensibile che le preoccupazioni delle famiglie riguardino la scuola nei suoi vari ordini, dalle elementari alle superiori. Tutti infatti sanno che le nostre scuole sono a rischio di disastro: da troppo tempo la macchina dell’istruzione pubblica sembra abbandonata a se stessa, vecchia, piena di acciacchi, usurata, in costante declino. Qualche tardiva manutenzione o una sommaria revisione possono soltanto farla marciare ancora per un po’: si sta disfacendo, perde pezzi, fa rumori allarmanti, andrebbe radicalmente cambiata, ma ci si dovrebbe rivolgere a una fabbrica che non c’è, perché nessuno – finora – ha avuto interesse a costruire una scuola che corrisponda ai bisogni e ai diritti dei propri utenti. Questi utenti siamo in definitiva tutti noi attraverso i nostri figli.

Il sentimento che prevale in questo inizio di anno è un misto di rassegnazione e speranza: caso voglia che nostro figlio incontri qualche bravo insegnante e che la scuola scelta non sia indecente, o, se non altro, che lui vi trovi buone compagnie. Intanto, abbiamo dovuto tirare parecchio la cinghia per acquistare libri, zainetti e tutto il resto (la lista – lo dico a chi non lo sapesse – può essere parecchio lunga). E ci chiediamo con motivata trepidazione: “A fronte di ciò, cosa ci dà o ci garantisce la scuola attuale?”. Ce lo domandiamo per un breve momento perché subito la macchina scassata ha ripreso a funzionare e noi non possiamo far altro che starci dentro alla meglio; il faticoso quotidiano si mangia quasi tutto il tempo che forse vorremmo destinare a una qualche riflessione critica di ordine generale. Famiglie e docenti di necessità chinano la testa, i ragazzi, loro sono alquanto spensierati come è ovvio, ma intanto ne va di una fetta molto consistente della loro esistenza.

Non mi è sfuggito che in zona Cesarini il consiglio dei ministri di lunedì scorso ha emanato un decreto sulla scuola che contiene alcune buone notizie e qualche incoraggiante provvedimento in solido. Come si sa, sono stati eliminati i discussi bonus della maturità (appena introdotti), alleviate le spese per i libri, incrementato il numero degli insegnanti di sostegno e il fondo per le borse di studio universitarie, promosso un incentivo per l’edilizia scolastica. Il decreto è incredibilmente tardivo, interviene qua e là con la logica del tappare buchi, è una sorta di pacco regalo (400 milioni in tre anni, ricavati essenzialmente dalle tasse sugli alcolici) con dentro un po’ di tutto, e, tanto che ci siamo, anche una doverosa campagna contro il fumo giovanile. Tuttavia è un segnale interessante e si potrebbe leggerlo come l’inizio di un’inversione di rotta. Maria Chiara Carrozza, ministro dell’istruzione, dice che non è un semplice “annuncio” ma appunto un cambiamento di passo verso la priorità del diritto allo studio e la riscoperta del carattere “pubblico” della scuola italiana, e il presidente Letta ribadisce con convinzione il concetto. Che dire? Speriamo che sia la volta buona. Comunque, qualche riflessione dubitativa si impone.

Cos’è questo decreto se non un ulteriore annuncio, visto che arriva, guarda caso, proprio il giorno prima che aprano le scuole? Ha l’aria di uno zuccherino da sciogliere nel calice amaro della realtà delle cose. Non si poteva pensarlo con qualche anticipo? Non era forse il caso di evitare il grande caos dei bonus di maturità spendibili per gli accessi ai corsi universitari a numero chiuso? (E adesso si levano le ragionevoli proteste di chi, moltissimi, ci avevano fatto conto affrontando l’alea dei test). Faccio notare che l’abolizione immediata dei bonus è l’unico aspetto del decreto che non si configura come annuncio e che anzi ha carattere retroattivo. È troppo facile dedurne che l’emergenza del pasticciaccio dei test (è accaduto di tutto: errori, scambi di quesiti, risposte scorrette, e quindi annullamenti a catena delle prove) abbia dettato l’urgenza di questo decreto. Resta il segnale positivo, ma non è davvero gratificante pensare che esso non sarebbe arrivato ora se non ci fosse stato l’incredibile caos dei test.

Così va la nostra politica, niente di nuovo. Nel frattempo la scuola italiana continua a deragliare: anche questo non è un fatto nuovo e le sue conseguenze restano devastanti. Se la tua casa è in totale disordine, la polvere invade ogni angolo, il libri ti cascano addosso, gli indumenti sono sparsi un po’ dappertutto, la cucina è inguardabile, non basta pulire un poco l’entrata e dare una passata al pavimento del bagno per convincersi che tutto sta andando a posto. La scuola e l’università stessa sono oggetto di un’incuria e di un disinteresse ormai diventati cronici: le riforme e riformine dell’ultimo decennio sono servite solo ad accrescere la confusione contrabbandando un ordine fasullo, formalistico e spesso scioccamente autoritario, di cui innanzi tutto hanno fatto le spese gli studenti (pardon, i “clienti”).

 

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