di Rosella Prezzo

dal numero 353 di “aut aut”.
Con un commento di Lidia Campagnano

La lettura di un articolo di Rosella Prezzo sul fare filosofia, pubblicato sul numero 353 della rivista “aut aut” e ricco di reminiscenze spaziali e temporali molto accoglienti, ha suscitato in me una prima reazione di invidia e ammirazione (invidia per chi sembra a disposizione – ancora – un contesto pubblico, pur piccolo, nel quale parlare e pensare, ammirazione per la serietà dispiegata nel parteciparvi). Di seguito è arrivato il desiderio di emulazione (imitazione-competizione): forse ho da dire, forse so dire, di quella stessa storia, di quel tempo, dalla fine degli anni Sessanta. Infine percepivo un senso di accesso facilitato (a che cosa? Ma non si tratta, sempre, di accesso al mondo?) dovuto alla presenza, diciamo così, “sulla soglia”, di una donna dal pensiero amichevole (non di una donna e basta… non basterebbe affatto). Insomma, tutto ciò che serve ad avviare un dialogo e a far immaginare (di nuovo) un lavoro non più solitario: il passato non si riproduce ma è in grado di riprodurre desideri. E questa reazione alla lettura dell’articolo già mi sembra raffigurare il fondo affettivo di quella relazione tra il fare filosofia e il fare politica che mi occupa la mente dal liceo in poi.

Tutto questo va detto nel momento in cui, dopo anni di relativo silenzio, ci si accinga ad affiancare,secondo un antica regola femminista di autocoscienza, il ripensamento della propria esperienza a quello di un’altra persona. Regola, questa dell’affiancamento, che modifica in parte o forse interpreta e sviluppa l’usanza umanistica del commento a un testo appresa a scuola e ugualmente assimilata. L’affiancamento infatti (debitamente accompagnato, nei gruppi di autocoscienza, dalla sospensione del giudizio) doveva consentire la tessitura di un’esperienza comune e comunicabile a partire da storie personalissime, addirittura intime : lavoro necessario a liberare le relazioni tra donne dal peso di un ruolo ormai inacettabile e dalla competizione per l’uomo… in verità soprattutto per l’accesso al mondo, che era il mondo di lui. Per dare al mondo un pensiero detto sessuato…ma non è stata una cosa così greve come l’aggettivo (o certe tardive sue versioni femministe) farebbe pensare. Era un nuovo modo di prendere sul serio un libero gioco della convivenza tra i sessi.
(Che oggi tutto questo suggerisca qualche modalità di ri-socializzazione?)

E’ Rosella Prezzo a nominare, tra le sue reminiscenze, un femminismo che la teneva distante perché pareva richiederle un francescano sacrificio della “sua” filosofia che a lei poteva sembrare povera e nuda, ma a Carla Lonzi no. Il femminismo accomunato nel sospetto alla “militanza” politica detta generale, percepita a sua volta come contaminata da sentori militareschi: insomma, la politica, femminista e no, come una vera accoppiata autoritaria tra femmina e maschio.

La mia esperienza, negli stessi anni e negli stessi luoghi (inizio anni Settanta, Milano, il cortile del Filarete, largo Richini, Enzo Paci…) è invece per me tale da richiedere uno sforzo per tracciare un confine tra il fare politica e il fare filosofia. Quale confine, essendo nel mio pensiero politica e filosofia il doppio nome di una passione e di una necessità? Fa forse da confine la dimensione tassativamente e materialmente collettiva della pratica politica, penso. O l’imperativo politico della progettualità: gli obbiettivi vanno chiaramente enunciati fin dall’inizio, agli obbiettivi occorre tener fede, cioè non rimandarne il raggiungimento all’infinito.

Il mio obbiettivo politico fondamentale, tradotto in un linguaggio intimo dal lessico comunista a sua volta filtrato dalle teorie del gruppo del “Manifesto”, consisteva nella creazione di relazioni umane capaci di una civile e creativa convivenza, nelle quali riconoscermi ed essere riconosciuta, finalmente, in una condizione di libertà dalla paura sociale. La mia sapienza originaria è consistita infatti, non dico dalla nascita ma quasi (o forse da prima) nel sapere tutto dell’assenza di limiti propria della barbarie sociale (immagino che conti il fatto di sapersi figlia di una qualche persecuzione insensata, per esempio razziale) e nell’aver sentito precocemente come inconfondibile il peso del potere connesso alla classe sociale di appartenenza, sensibilità acuita dal crescere in una famiglia caratterizzata da un proprio “smarrimento”, un’impossibilità di collocarsi nell’ordine delle classi. Era, anche questa, un’impronta lasciata su mio padre e mia madre dal regime fascista e dalla guerra, e ora mi dico che quello smarrimento rispetto alle classi deve aver coinvolto ben più che la mia famiglia e meriterebbe qualche indagine circa il ruolo svolto da questo smarrimento nella Ricostruzione, prima, e nel movimento trasformativo degli anni Settanta, poi.

E dunque:la politica come pratica e propaganda (dal verbo propagare) dell’uguaglianza: fine delle classi, sì, ma anche dei ranghi, dei ruoli, persino del potere e dei relativi simboli, privilegi e livree debitamente sessuati, per giunta. Politica, dunque, come distruzione delle condizioni di produzione della paura sociale. A questa idea del comunismo (perché di questo si è trattato per quel che mi riguarda) era necessario uno spessore di pensiero notevole, nelle due direzioni del passato e del futuro: il proletariato erede della filosofia classica tedesca… e le donne fondatrici un pensiero della convivenza assolutamente radicale e originario e inedito, essendo fondamentalmente la convivenza, dalle origini, convivenza fra uomini e donne. Per produrre un’uguaglianza così riccamente articolata servivano ai miei occhi strumenti di coscienza e autocoscienza costantemente sviluppati, affinati, corretti… non sono stata certo l’unica a misurare l’idea del comunismo e dell’uguaglianza, per esempio, con l’unità di misura della distruzione delle istituzioni totali tutte (manicomi collegi caserme istituti per handicappati orfanotrofi ospizi carceri, più quel che c’è di totalitario in ospedali scuole famiglie eccetera) e cioè in concreto del totalitarismo.Nota a margine: straordinaria l’astuzia ideologica che ha additato quella diffusa ansia di uguaglianza come minaccia di appiattimento delle differenze, dunque minaccia autoritaria, nonché l’introduzione di un uso del concetto di totalitarismo per designare semplicemente, e accomunare nella designazione, due regimi politici antitetici, il nazismo e il comunismo . Si era invece più sole e poche a intravvedere nel totalitarismo un’interpretazione e un’estensione sociale del potere materno in chiave assolutamente maligna e perversa: ma questa è davvero un’altra storia, più finita e chiusa che mai.

Ma la filosofia non è (stata) solo, ai miei occhi, modo di produzione di tesori di uguaglianza illimitati. Non ho mai dimenticato il primo incontro, a sedici anni, con Talete Anassimandro e Anassimene, mediato da un’insegnante di genio (e di nome De Rosa). Il privilegio di quell’incontro significava per me un’entrata nella corrente principale della storia umana, quella di chi pensava e insegnava a pensare sé nel cosmo, o nel mondo, o nella polis, per sempre, di diritto e insieme nel modo più lussuoso e più democratico. Ho creduto, grazie a quel privilegio, che non sarei mai stata davvero sola in quanto per sempre appartenente alla storia umana.

Insomma, l’altalena perenne tra filosofia e politica, tra la bellezza del cortile del Filerete e la bellezza del cortile di corso san Gottardo dove c’era la primissima e poverissima e evocativa sede del gruppo del “Manifesto” (1970) era la sfida a battere, già allora, uno spaesamento sempre a rischio di affacciarsi sul baratro della paura sociale e dunque dell’inesistenza. Sul baratro la filosofia intrecciata alla pratica politica stendeva un rammendo abile, lieve come un’atmosfera e tenace come l’energia vitale.Dove tutto sembrava convergere, la scuola di Francoforte e i Quaderni Rossi, Basaglia e Fornari, la Pirelli e Mahler, Cent’anni di solitudine e Simone de Beauvoir, la pillola anticoncezionale e la ricerca urbanistica. Alla maniera di Enzo Paci!

E infine, l’incredibile sboccio, proprio nell’ex laboratorio di corso san Gottardo, proprio dalle donne del Manifesto, di un collettivo femminista tra i più aperti e generosi e libertari e contagiosi (si riprodusse, per gemmazione, in scuole, fabbriche, quartieri travolgendo e coinvolgendo donne di partito e di sindacato) e perciò cancellato dalla memoria di quell’epoca, anche dalla memoria femminista. Pareva, grazie a quelle pratiche femministe, di prendere in mano e di sottoporre a ragionamento non soltanto più l’appartenenza alla storia ma anche l’appartenenza, non meno problematica, alla specie umana, specie di due sessi, appnto, specie dai corpi connotati…ricordo un’esplosione di collera diun compagno che per me fu come un’esplosione luminosa: tuonava nel microfono che quel nostro ragionar di corpi gli risultava dissennato: il corpo parla solo se malato, diceva. Ed era come dire: del corpo non vale la pena di parlare, almeno fino alle soglie della morte. Abbiamo vissuto un’epoca di convergenze, di ricomposizioni? Non abbastanza, direi col senno di poi. O meglio: è stato tempo di convergenze sociali e culturali forse, mentre nell’attività avvero cruciale dell’organizzazione politica a sinistra il convergere sembrava a volte persino osteggiato da chi, appunto, “militava” con particolare devozione. E infatti chi in quell’epoca si è dedicato su un
piano politico a quell’attività del far convergere (idee, abilità, orizzonti, esperienze, linguaggi, affetti, persone) ha pagato in seguito la sua bravura con la perdita di ogni possibilità di adattamento all’orizzonte politico sprigionatosi dagli anni Ottanta in poi, mentre è forse sensato affermare che chi praticava infinite divergenze non è, per così dire, mai sceso da cavallo o più modestamente, dal somaro.

Ma più in generale: mirabile è stata l’astuzia ideologica di esaltare le “culture” e il loro infinito divergere in opposizione a un convergere presunto omologante…salvo poi affogarle, le mirabili differenze culturali, nel Mediterraneo prima che sbarchino sul suolo patrio, consentendo così un godimento interculturale senza sgraditi effetti collaterali. Astuzia ideologica, appunto: non fine delle ideologie come si afferma da tutte le parti. Il divergere è diventato pratica di culto ed è stato esaltato come la (presunta) sana reazione a un comunismo del quale si è preso a parlare, già agli inizi degli anni Ottanta, come se avesse governato l’intera Europa, e l’Italia in particolare. Divergere, competere, essere imprenditori di se stessi, liberare la propria voglia di carriera… in Cina lo stesso concetto si è tradotto nello slogan: arricchitevi! Tra le femministe italiane (o ex femministe) il concetto di disuguaglianza, in sé impopolare, è stato sostituito da quello di disparità, più gradevole, meno carico di echi significativi.

Non è facile raccontare questa storia, questa metamorfosi, e nemmeno descriverla, o analizzarla, forse anche perché l’esito di questa trasformazione, di questo grido siate tutti e tutte e sempre e ovunque in competizione è un contesto per il quale è appropriato un termine nato per indicare realtà limitate (patologie del mondo del lavoro) e divenuto invece, mi pare, significativo di un’atmosfera, e di uno stile quasi universale: il mobbing.

Siamo una società fondata sul mobbing? Il sospetto mi è venuto qualche anno fa in un laboratorio di donne che avrebbero dovuto scrivere di pace e di guerra e che invece fu letteralmente alluvionato da racconti di mobbing, appunto. Nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, insomma, ovunque e a qualsiasi livello sociale. Come è noto, raccontare un esperienza di mobbing è particolarmente difficile perché per chi ne fa esperienza, spesso sia come vittima che come carnefice, è arduo fare la differenza tra il sadismo delle richieste del contesto e il sospetto di una propria inadeguatezza o patologia, e dunque tra la persecuzione che “viene da fuori” e quella introiettata. Inoltre la pratica del mobbing ha come effetto quello di appannare fino all’invisibilità i reali rapporti di potere: qualsiasi servitorello infatti può sottoporre a mobbing chiunque, persino chi sta su un gradino superiore al suo nella scala sociale, se il vertice lo consente, o meglio, lo ordina.

Il mobbing appare clamoroso in certe manifestazioni pubbliche della politica: ci sono leaders politici che sono soltanto maestri del mobbing nei confronti degli altri leaders politici, il populismo sembra fatto molto più di mobbing che promessa positiva.

E’ con qualche cautela che si può avanzare l’ipotesi di una società interamente permeata dal mobbing perché, nella misura in cui l’ipotesi si rivelasse confermata, configurerebbe una condizione estrema di sofferenza sociale a tutti i livelli, incluso il livello intellettuale, per la capacità del mobbing di confondere alto e basso, salute e malattia, potere e impotenza. I rapporti di lavoro ( o tutti rapporti sociali?) assumono, nel mobbing, un’irrazionalità profonda, ogni tentativo di ragionarne viene attaccato.Non può sopravvivere conversazione, dialogo, dialettica. Ma così può forse sopravvivere la società umana? E come , dato che l’obbiettivo del mobbing dovrebbe essere, è, l’induzione ad un’autoespulsione dalla relazione sociale data?

Quanti luoghi, comunità, istituzioni, associazioni di ogni tipo sono cadute sotto i colpi del mobbing? E quanto dello stile e dell’abilità del ragionamento, dell’analisi, della sintesi, del confronto, dell’astrazione, della generalizzazione, della specificazione è andato perduto con la caduta di prestigio, di frequentazione, di diffusione, di visibilità di quel riunirsi? Inoltre: viene prima l’uovo o la gallina, nella vicenda del dilagare incontrollato del mondo della comunicazione ad occupare, si direbbe, lo spazio di tutte quelle altre socialità che abbiamo elencate e date per ampiamente perdute? Siamo sicuri che un mediocre proprietario di televisioni diventi per ciò stesso un leader politico, e non perché prima si è provveduto a far credere che le altre socialità sono premoderne e sostanzialmente miserabili a paragone delle tecnologie comunicative?

Prima il dilagare del mobbing, poi la crisi della politica? prima il mobbing poi il soffocamento della scuola pubblica?

A ben vedere, l’idea del mobbing come principio cardine di ogni forma sociale parla della fine di ogni forma sociale, e dunque sembra rispondere a un’inclinazione apocalittica. E invece occorre riconoscere che è possibile – e accade – che una condizione estrema risvegli una necessità vitale di autodifesa e dunque una necessità di pensiero, di ripensamento, a partire dalle più antiche domande umane, dall’abc della logica come dell’etica o della cosmologia o dell’antropologia. Come per un istinto primario, un’istinto di umana sopravvivenza, e per lo più quasi clandestinamente e in solitudine, chi vede segnata l’esperienza sociale dal marchio del mobbing deve tirarsene fuori, cioè trovare un luogo altro dove sopravvivere, cioè ripensare e risperimentare relazioni ragionevoli, comprensibili, produttive e in qualche modo civilizzate.

E qui incontra sia soluzioni preconfezionate che arcaiche memorie. Tra le prime, la filosofia per frammenti, o settori: psicologia, morale, spiritualismi diversi, teologie. Le librerie abbondano d soluzioni, ne nascono nuovi mestieri. Tra le seconde – e da molto tempo ormai – la ricerca non altrove ma nel passato storico di alternative di vita: di luoghi, pratiche, stili, comportamenti che aiutino il ripensamento, o che risignifichino il discorrere, il frequentarsi, il cooperare, l’unirsi…

Dove la condizione di mobbing diventi davvero invivibile, le domande, se nascono, nascono più radicali e potenzialmente meno addomesticabili. Più radicali come (un tempo?) nel corso della vita di fronte alle situazioni che fecero “nascere” il Buddha (o Gesù, eccetera eccetera nella notte dei tempi): povertà, vecchiaia, malattia, morte. Con l’aggiunta dell’affacciarsi della fertilità, della sessualità, della nascita, come si è tentato di dire un tempo tra donne. Si tratta di ri-articolare e rivestire di parola esperienze di solitudine che invocano relazioni confortanti, umiliazioni che richiedono il sostegno di un’uguaglianza tra esseri umani, novità scioccanti bisognose di confronto e di apprendimenti, perdite (di senso) che aspirano a nuova creazione, cioè nuova vitalità e nuova libertà di invenzione e scambio di senso.

Ed ecco che, come conseguenza dell’imporsi all’attenzione di temi come questi, succede che l’intera storia del’umanità appaia come un quadro immenso e pluridimensionale con improvvisi lampi di luce che esplodono in più punti…un’esperienza immensa, a disposizione. L’umanità si scopre ricca, e siamo i suoi eredi, in effetti. E niente nasce dal niente.

Ma come allestire la condizione che permetta il lavoroi dell’erede come mirabilmente lo ha spiegato, per esempio, Derrida? In quale condizione di dialogo, di relazione, di presa di parola, di ascolto e di resistenza è possibile riprendere a pensare e insieme a respirare?

Questo mi pare il punto. Ed è un punto, per così dire, organizzativo, cioè politico. Un’obbiettivo al servizio del fare filosofia? Può darsi. La mente vaga alla ricerca di un’ispirazione e così tornano alla mente tanto i gruppi di autocoscienza quanto i monasteri prima dell’anno Mille, le sezioni di partito e le 150 ore, gli esercizi spirituali e i campi per nudisti e i salotti delle Preziose…pur tenendo conto del fatto che niente si ripete e la farsa, con tutte le sue crudeltà, è sempre dietro l’angolo.

Ma da qui ad accettare un veto all’invenzione… Meglio invidiare e emulare il lavoro di un’altra, di un altro, e affiancare alla sua la propria scrittura e immaginare spazi rinnovati dal ricordo.
Roma, 8 settembre 2012

 

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