di Pier Aldo Rovatti

Lezione tenuta all’Università di Trieste per i suoi quarant’anni di insegnamento.

Dopo tanti anni di insegnamento a Trieste (sono approdato qui nel 1976), cosa mi è rimasto? Una rinnovata voglia di insegnare e il rammarico di non essere riuscito a dare agli studenti quanto avrei voluto, dunque una sensazione (bella) di incompiutezza. Mi è capitato di incontrare per la città persone che ricordano anche solo un colloquio d’esame e il fatto che da quel rapido contatto hanno tratto qualcosa per la loro vita. Cosa c’è di più gratificante per chi si è dedicato a insegnare filosofia?
Già, ma quale filosofia e insegnata come? Il titolo che ho dato alla mia “lezione” – che almeno ufficialmente è l’ultima – potrà sembrare un po’ piatto e riduttivo. Cosa c’entra la scrittura? Perché non ci parli di fenomenologia, di Foucault, del pensiero debole, della tua insistenza sul paradosso e sul gioco? Spiegaci, senza tanti giri, che idea hai di filosofia e cosa ci metti dentro.
Ecco, innanzi tutto non ho mai creduto che la filosofia sia il territorio di una riflessione a parte, un ritiro nello spirito. L’ho imparato dal mio antico maestro Enzo Paci e su questa strada ho cercato di fare i miei piccoli passi: la filosofia è una pratica di vita, uno stile di esistenza, un’etica, una politica del vivere. Possiamo conoscere a memoria i classici del pensiero e non avere proceduto di un centimetro su questa strada. Cosa significa “insegnare” filosofia? Non ho una risposta prêt-à-porter, posso solo dire, sulla scorta di una lunghissima esperienza, che – se ha significato qualcosa per me – lo verifico solo dalle minuscole trasformazioni che riesco a percepire nello stile di pensiero, e dunque di vita, del giovane che mi avvicina. E non posso far finta di non vedere che gli studi universitari, come sono adesso irregimentati, non facilitano l’approfondimento di tale incontro, che risulta sempre più difficile e frettoloso. Qualche lezione, un po’ di appunti, un esame striminzito e via.
Se prendo a esempio la scrittura è perché stiamo diventando tutti quanti, ogni giorno, un po’ più analfabeti. Il pensiero contemporaneo – quella che è stata la mia cosiddetta “disciplina”, insomma la materia che per decenni ho insegnato – ha certo rivolto un’attenzione particolare alla scrittura, ma a me non interessa che essa resti solo un oggetto teoretico. Mi importa soprattutto capire e far capire che, se dimentichiamo le pratiche di scrittura, la filosofia rischia di ridursi a qualcosa di inerte e di lontano. Attenzione, scrittura e lettura sono un unico problema. Se dequalifichiamo la scrittura di un testo a elemento marginale o filosoficamente irrilevante, mirando a tirar fuori in fretta da quel testo il pensiero che supponiamo esso contenga, non solo coltiviamo un’idea astratta di pensiero, quasi ci fossero da una parte i concetti e la loro autonoma storia e dall’altra le scritture considerate involucri inessenziali, ma ci condanniamo anche a essere dei lettori cattivi o pessimi. Come se la lettura fosse solo uno strumento, uno standard, una tecnica già determinata e a propria volta filosoficamente irrilevante. Leggere una scrittura è a suo modo già una pratica di scrittura.
Siamo di solito molto lontani da una simile esperienza, anzi andiamo spediti nella direzione opposta. Osservando l’attuale preoccupante trend culturale, che al massimo rivolge un sorriso di compiacenza a chi si occupa in filosofia dello scrivere (si pensa che uno scriva bene e un altro meno, per doti loro, e che ciò non abbia a che fare con la filosofia), mi accorgo che stiamo disimparando proprio a leggere, che rischiamo di non sapere più cosa voglia dire leggere un testo. La questione è molto spesso visibilmente assente dalle nostre aule universitarie.
Così il “pensiero” si rinsecchisce, diventa l’orticello di alcuni pensatori di professione, una lingua a parte, specializzata e presuntuosa (non è forse la “lingua della verità”?), volutamente gergale. Quando mi sono azzardato in questi anni a tenere lezioni, che so su Thomas Bernhard o J.M. Coetzee, o anche solo su Proust, ho avvertito attorno a me sguardi severi che parevano dire: “Eccoci di nuovo alla confusione tra filosofia e letteratura”.
Al contrario, ho sempre pensato che ha perfettamente ragione Gilles Deleuze quando insiste sul fatto che si tratta, per il filosofo, di “inventare una lingua straniera”. Nella mia testa quest’invito (che Deleuze ricavava dalla sua lettura di Proust e di Kafka) si armonizza con molti altri inviti. Con quello di Nietzsche a tagliare il passo alla prosa ovvia e troppo abitudinaria. E anche con quello di uno strano filosofo-poeta, Edmond Jabès, che elogia l’arte della pausa attraverso l’ospitalità o magari solo attraverso una curiosa affermazione come questa: “Ospitalità, una parola di dieci lettere è il suo territorio”. O con quello di Jacques Derrida che ci insegna che la filosofia è un continuo debordare da se stessa e poi ci mette alla prova ricordandoci che questo virtuoso debordare è un gioco rischioso di equilibrio tra dentro e fuori che si tratta di descrivere, anzi di “scrivere”, senza tradirlo troppo.
Nella mia riflessione ho tentato di praticare un paradosso che si può forse chiamare “abitare la distanza”; di sviscerarlo un poco nei miei saggi e soprattutto nel mio insegnamento. Da quando, nel 1983, è uscita l’antologia Il pensiero debole (curata da me e da Gianni Vattimo) le persone che ho incontrato nelle più varie occasioni non hanno cessato di chiedermi: “Ma cos’è per te questo pensiero debole?”. Ecco dunque un’indicazione, forse un tantino spiazzante: è un modo di far filosofia che mette in questione la padronanza del soggetto, il suo collocarsi al di sopra, riconoscendo che noi siamo presi in un’oscillazione (o, se vogliamo: in un gioco).
La scrittura è un test privilegiato di questa distanza da noi stessi, perciò la evitiamo cercando di rincasare in fretta in un luogo più sicuro. Ogni volta rincasiamo temendo di perderci in un orizzonte di follia (altro tema a me caro): è inevitabile. Quel che possiamo evitare, o magari solo attenuare, è però la precipitazione della ritirata. Il sostare nelle acque rischiose della scrittura può contenere per un poco la nostra fretta, la fretta di un pensiero che non vede l’ora di tornare presso di sé per esercitare appieno il proprio potere.

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