Hai appena curato una sezione nell’ultimo numero di “aut aut” dedicata a Frantz Fanon: perché secondo te bisogna leggere Fanon oggi?

Fanon costituisce un territorio densissimo e inesausto di riflessioni e di spunti per pensare non pochi dei problemi contemporanei: la soggettività e il desiderio, le contraddizioni degli stati postcoloniali, le condizioni necessarie per la cura dei cittadini stranieri (immigrati, rifugiati, vittime di tortura ecc.). Egli ha saputo interrogare i nodi e le ombre del suo tempo assumendo la propria esperienza, il suo stesso corpo, per analizzare la formazione del soggetto nel contesto alienante della colonia, riuscendo a oltrepassare le amnesie che minacciavano anche la migliore filosofia (Sartre, Merleau-Ponty) e la migliore psicanalisi (Lacan).
Diversamente da quanto hanno asserito taluni autori, anche illustri come Arendt o Todorov, Fanon non si lascia però inchiodare a un “pensiero della violenza”: egli si rivela piuttosto acuto interprete dei conflitti caratteristici del labirinto coloniale, delle divisioni e delle ambivalenze che furono all’origine di violenze fratricide, degli effetti sociali e psicologici di lunga durata delle atrocità della guerra. Inoltre, leggere oggi Fanon s’impone perché la sua scrittura anticipa molte delle aree di riflessione più densa di questi ultimi decenni. Le sue parole sulle trasformazioni dell’esperienza corporea nella donna algerina quando toglie o rimette il velo nel corso delle strategie della guerra anticoloniale possono essere legittimamente affiancate a quelle di Mauss, Bourdieu o Csordas sul corpo (“Le membra sembrano allungarsi indefinitamente. Quando l’algerina deve attraversare una strada, c’è a lungo errore di calcolo sull’esatta distanza da percorrere. Il corpo svelato sembra sfuggire, andarsene in pezzi. Impressione di essere mal vestita, o nuda. Incompletezza percepita con forte intensità. Un gusto ansioso d’incompiuto. Una sensazione penosa di disintegrazione”, scrive ne L’anno V della rivoluzione algerina).
Quando riflette sulle ipocrisie della medicina nelle colonie e la violenza strutturale di quel tempo, la sua riflessione s’intreccia alla perfezione con quella di Mbembe, Taussig, Scheper-Hughes o Farmer. Quando critica le pretese diagnostiche della psichiatria coloniale e i suoi pregiudizi razziali, le sue osservazioni s’integrano perfettamente con quelle che Summerfield, Kirmayer, Hacking e molti altri hanno riservato alla volontà egemonica e neocoloniale della psichiatria contemporanea e ai limiti della clinica al cospetto delle complesse domande di cura degli immigrati. Infine, è la poetica dei suoi testi a fare di Fanon una lettura necessaria, in particolare quando si ricordi l’immenso lavoro della letteratura afro-americana che, proprio da temi come il trauma della schiavitù, l’ostinazione delle memorie culturali, l’esperienza della diaspora, ha saputo offrire alcune delle pagine più acute per leggere il dramma razziale, le contemporanee disuguaglianze, l’incorporazione della violenza (penso in particolare a Toni Morrison).
Fanon, per la posizione unica che ha occupato all’incrocio di drammi come quello del nazismo, della colonia, del razzismo, e a partire dalla sua personale e non meno faticosa esperienza di immigrato, salda nel suo pensiero, nel suo corpo, alcune delle linee più decisive e dolorose della modernità: la sua parola è allora imprescindibile, anche per sua capacità unica di trascendere i vincoli della storia e tracciare – in un sol gesto – un segno di rivolta, di redenzione e di speranza.

Qual è stato il percorso di ricerca e di studio che dalla psichiatria ti ha portato all’antropologia?

Ho lavorato come psichiatra in anni nutriti dalla consapevolezza di un mutamento storico nel campo della salute mentale e delle sue pratiche, e dall’entusiasmo per la possibilità di realizzare nuove sperimentazioni. Grazie al mio maestro, Sergio Piro, mi sono formato all’epistemologia clinica, alla storia della psichiatria, alla filosofia del linguaggio, e questo terreno mi ha condotto quasi naturalmente a occuparmi della genealogia delle categorie diagnostiche e delle politiche della cura: come per molti degli scritti di Basaglia, si trattava già dell’esercizio di un’antropologia critica del sapere psichiatrico.
Ho avuto poi l’opportunità di partecipare ad un progetto di ricerca e di cooperazione in Mali, rivolto in particolare all’analisi delle trasformazioni dei saperi medici tradizionali e delle tecniche di cura dei disturbi mentali. Se da un lato quell’esperienza mi ha permesso di comprendere le ombre e i limiti della “cooperazione”, dall’altro è stata decisiva nello schiudere un nuovo orizzonte di esperienze, di domande, di conoscenze. Si rendeva ormai urgente una formazione propriamente antropologica, il ritorno agli studi demartiniani, e una riflessione non più sommaria sull’antropologia della malattia e della cura, ma anche sulle forme – spesso occulte – della violenza sociale e simbolica. Scelsi così nel ’93 di fare un dottorato a Parigi con Marc Augé, mentre andavo al tempo stesso immaginando la possibilità di un’etnopsichiatra critica, diretta in particolare verso i problemi allora sempre più massicciamente emergenti della migrazione e della cura degli immigrati.
Nel ’96 ho fondato il Centro Frantz Fanon, che voleva essere un luogo di cura ma anche di ricerca sulla condizione degli immigrati e dei rifugiati, e sui modi più opportuni di ascoltare e trattare la loro sofferenza. Scegliere di dare il nome di Fanon a quella esperienza significava per me pensare a quell’articolazione fra psichismo, politico, storia e cultura che fu al centro della riflessione e della pratica di Fanon. Negli anni successivi le ricerche sule conseguenze della violenza nei contesti di guerra e di post-conflitto (Corno d’Africa, Mozambico, Bosnia, Repubblica Democratica del Congo) avrebbero accompagnato quelle riflessioni preparandomi all’incontro con i richiedenti asilo, i rifugiati e le vittime della tortura.

Qual è la tua pratica oggi?

La mia pratica dominante è senza dubbio quella della ricerca e dell’insegnamento sui temi prima evocati. In particolare mi occupo del rapporto fra cura, religioso e saperi locali in Africa subsahariana (Mali, Camerun ecc.) e delle diverse forme di violenza che scandiscono in questi contesti la vita quotidiana (povertà, accuse di stregoneria, conflitti armati). Parallelamente mi occupo delle vicende degli immigrati e dei rifugiati, vicende che hanno il valore di autentici rivelatori epistemologici delle contraddizioni dello Stato moderno, delle sue burocrazie assistenziali e dei suoi apparati di controllo, così come dello statuto delle frontiere nazionali e di nozioni come “diritti umani”, “integrazione”, “differenza culturale”.
Fondamentale sin dagli inizi della mia pratica di psichiatra, la ricerca accompagna dunque in misura ancora maggiore la contemporanea clinica della migrazione che realizzo, insieme ad altri amici e collaboratori, presso il Centro Fanon di Torino. Si tratta di una pratica nutrita dalla formazione psicoterapeutica e psicanalitica dei suoi membri, che non intende però cedere alle lusinghe di una formalizzazione e accetta la sfida di doversi mettere in discussione e rinnovarsi secondo il mutevole scenario sociale nel quale operiamo e i particolari itinerari di coloro che incontriamo.
Una clinica rigorosa delle vittime della violenza e della tortura, ad esempio, ha significato sviluppare una critica inflessibile della categoria del disturbo post-traumatico da stress, delle retoriche del trauma e della proliferazione di “esperti del trauma”. Allo stesso modo, una ricerca prolungata sull’ostinata persistenza di memorie culturali incorporate ha significato intrecciare la più sofisticata antropologia del rituale e del religioso con l’esperienza drammatica e ambigua di tante donne provenienti da paesi come la Nigeria, avviate alla prostituzione all’interno di ciò che si suole definire “circuito della tratta”. Infine, la pratica con i richiedenti asilo e le tortuose procedure per il riconoscimento della protezione umanitaria, mi ha imposto una familiarità tutta particolare con quelle che definisco le “economie morali della menzogna” e le vertigini della soggettivazione quali quelle che si vanno configurando fra gli adolescenti richiedenti asilo o immigrati quando inventano nomi, biografie, legami, “identità”.
L’etnopsichiatria della migrazione diventa così, nella mia pratica, non molto diversamente da quanto faccio quando svolgo le mie ricerche “di campo”, un territorio per interrogare la legittimità delle categorie diagnostiche e le economie del male e della cura, i riflessi obliqui della Storia e della sua violenza all’interno delle traiettorie individuali e le trasformazioni della cittadinanza e delle forme di appartenenza. Su questo territorio, l’approccio propriamente clinico non può che essere ancorato all’infinita fluidità delle circostanze e all’ambivalenza dei soggetti. Una clinica del reale, una clinica delle contraddizioni, se vuoi, direttamente ispirata a quella di Fanon, che proprio con gli innumerevoli e spesso dolorosi riflessi delle contraddizioni politiche, storiche e personali del suo tempo non aveva cessato di misurarsi.

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