di Mary B. Tolusso
“Il Piccolo”, 8 gennaio 2012

O civiltà. O barbarie. Era questo il senso che diede Enzo Paci a quel titolo, “aut aut”, la rivista filosofica diretta dal 1976 da Pier Aldo Rovatti e che, dopo sessant’anni, gode ancora di ottima salute. Dentro ci sta tutta un’epoca di intuizioni, analisi, scommesse su ciò che accadeva, nel pensiero e nella vita, un percorso che ha saputo modulare gli strumenti per non allontanarsi da una certa “concretezza”, senza mai perdere d’occhio la critica, anche alla filosofia stessa. Ma che cosa è stata “aut aut”? Una mano ce la può dare l’antologia che ne raccoglie alcuni testi, Il coraggio della filosofia (il Saggiatore, pp. 533, euro 25).

«Il titolo sta a significare il rischio che si assume chi si occupa di combattare le ossificazioni e gli assolutismi del pensiero – dice Rovatti – un programma che può essere tradotto anche nel coraggio della critica, quando criticare diventa sempre più difficile».

Perché?
«Perché oggi in molti maneggiano il congegno della filosofia, ma al tempo stesso tutti sono trattenuti dal fare una critica (anche) allo strumento. L’audacia sta nel porsi determinate domande: può essere la filosofia oggetto di una critica radicale di questo genere? La replica è sì ed è una risposta che è stata data lungo il percorso della rivista, ma non a sufficienza. Bisogna fare i conti con i trabocchetti della teoria. Chi fa questo mestiere è in una condizione di scarsa tranquillità rispetto alla “cassetta degli attrezzi”, come direbbe Wittgenstein, gli strumenti vanno di volta in volta ricalibrati».

Rispetto a cosa?
«Per esempio alla storia del pensiero che immaginiamo sia una sorta di acquisizioni sulle quali salire per giungere sempre più in alto. Al contrario sei in una situazione sempre più paradossale, qualsiasi cosa dici, da un punto di vista filosofico, è sempre discutibile, quindi le tue radici filosofiche non sono mai certe».

E quali sono le radici di “aut aut”?
«Una delle risposte potrebbe essere la fenomenologia, grazie al lavoro fatto da Paci, però il rischio è quello di fare della fenomenologia, per quanto aperta, una sorta di base da cui procedere. È necessario andare a vedere quanto e se funzionano le radici di questo percorso».

Insomma siamo di fronte a un “indebolimento” del pensiero…
«Il capitolo sul pensiero debole è titolato con un punto interrogativo e credo sia corretto. Non perché “aut aut” sia diventata la sua voce, ma perché collima con quel lavoro sulla critica. In fondo il pensiero debole è un’analisi radicale di ogni violenza intellettuale, che giunge a una messa in discussione dell’idea di verità, questione che emerge sempre più chiaramente».

In che modo?
«È un dibattito ancora aperto per la rivista: se tornare a un lavoro filosofico in senso stretto o passare attraverso un’analisi che indaghi settori del mondo culturale, sociale da cui ricavare pagine che non siano quelle del filosofo con il naso arricciato».

Tuttavia è una rivista di difficile collocazione, snob per il grande pubblico, ma anche non accademica.
«Ci sono diverse fasce di lettori, studenti di filosofia che se ne servono come di un integratore. Poi c’è un’altra fascia che non c’entra direttamente con la filosofia, persone che hanno a che fare con varie realtà culturali e sono forse i lettori più interessanti».

“aut aut” ha contribuito alla diffusione di autori che si sarebbero rivelati fondamentali per capire la contemporaneità. Il più significativo per la rivista?
«“aut aut” ha fatto molte scommesse, da Lacan ai contemporanei come Sloterdijk. Tra i più significativi personalmente direi Foucault e il suo lavoro sulla microfisica del potere a cui aggiungo Derrida che con “aut aut” aveva un rapporto di amicizia».

Rispetto alle origini, è meno nutrita la collaborazione di artisti e letterati.
«L’impostazione data da Paci in tal senso era più accogliente. Successivamente ci abbiamo provato, a più riprese, ma non dentro un tessuto connettivo vero. Effettivamente è un suo limite».

“aut-aut” stava a significare l’alternativa tra barbarie e civiltà, come scriveva Paci. Quali sono i “nuovi barbari”?
«C’è un imbarimento complessivo. In sostanza oggi di filosofia si parla dappertutto, ma se ne parla sulla base della ragionevolezza, della pianificazione dei discorsi e in definitiva sotto c’è il sostegno della scienza o dell’accademia. C’è arroganza nel sapere, e più barbaro ancora è il non volerlo riconoscere. Il coraggio della filosofia è lo starsene in disparte, non mirare al potere».

di Mary B. Tolusso
“Il Piccolo”, 8 gennaio 2012

 

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