a cura di Antonello Sciacchitano

 

Un freudiano di giudizio [A.S.]

MATERIALI
Elvio Fachinelli Lo psicanalista deve definire la sua posizione in società [1970]
E.F. Cultura e necrofagia nell’industria culturale [1978]
E.F. Destra e sinistra: una coppia simbolica esaurita [1981]
E.F. E la passione unì macchina e paziente [1986]
E.F. Pecorelle smarrite nell’ora di religione [1986]
E.F. A proposito di una legge impossibile [1988-89]
E.F. Don Abbondio, il vittorioso [1989]

Pier Aldo Rovatti Co-identità
Lea Melandri Il viaggio di Edipo alla radice dell’umano
Paulo Barone Note a “Cultura e necrofagia”
Sergio Benvenuto Finale al femminile
Cristiana Cimino Estasi e perturbante. Nei dintorni di Thanatos
Adalinda Gasparini Un pensiero solitario
Luca Migliorini La noce di Grothendieck
Antonello Sciacchitano Finito di scrivere o Fachinelli legge Lacan

INTERVENTI
Luisa Accati Il dolore non è un merito. L’immaginario religioso e le sofferenze della politica
Mario Vergani Resistenza e liberazione. I “Quaderni di prigionia” di Emmanuel Levinas
Alessandro Dal Lago L’ontologia dietro la macchina da presa? Note sull’ultimo cinema di Terrence Malick
 
ISBN 9788842817154
€ 19 cartaceo
€ 10,99 ebook
206 pagine

disponibile anche su IBS e su Amazon in cartaceo
in ebook formato epub e kindle

 
[Anteprima del numero in cui sono visibili le prime pagine di ogni articolo.]

2 Responses to 352/2011
Elvio Fachinelli. Un freudiano di giudizio

  1. Dal blog di Luisa Accati:

    …Sul fronte della ricerca fra storia e antropologia di cui mi sono sempre occupata, conto di finire presto un breve libro in cui si discute del rapporto fra autorità e potere, fertilità e ricchezza sia nell’organizzazione degli stati moderni, sia negli equilibri della relazione uomo-donna. Una anticipazione di questo lavoro è uscita sulla rivista “aut aut” (n°352, ottobre-dicembre 2011) come articolo dal titolo Il dolore non è un merito. Sarei ben lieta di sentire pareri su questa anticipazione…

  2. Redazione says:

    Klaus Neundlinger:
    Commento a proposito di “Il dolore non è un merito” di Luisa Accati

    Qual’è il modo adatto, ammesso che ve ne sia, per una riflessione filosofica sul dolore? Come giustamente mette in evidenza Luisa Accati nel suo intervento, la modernità – e questo vale anche per le varie tradizioni e correnti filosofiche collegate ad essa – può fare fatica nel tentativo di avvicinarsi al tema del dolore. Sembra che, grosso modo, ad ogni tentativo di concepire il dolore si offra la scelta ristretta tra due modi di riflessione: o si opta per razionalizzarlo spogliandolo dai suoi connotati soggettivi, culturali e sociali, e quindi di misurarlo, di controllarlo e di curarlo attraverso gli strumenti sempre più efficaci e sofisticati della scienza; oppure lo si può iscrivere in un altro tipo di dispositivo, di discorso, affidando il vissuto soggettivo a quel repertorio di immagini, di costruzioni simboliche che ci ha lasciato, nei secoli, la tradizione religiosa alla quale apparteniamo. La globalizzazione, avendo provocato un’accessibilità senza precedenti ed un avvicinamento di diverse tradizioni culturali che spesso risultano nella fusione di codici ed identità, ha forse inasprito questo divario invece di attutirlo per il semplice fatto che la de- e la successiva re-contestualizzazione degli approcci culturali non hanno procurato chiarezza ed orientamento nel conflitto tra i due modi di afferrare l’esperienza del dolore. È cresciuto lo scetticismo nei confronti della pretesa della tecnologia moderna occidentale di poter comprendere ogni forma di patologia dalla sua prospettiva oggettiva, ma non per questo è venuto meno il disagio nel tentativo di integrare le varie forme culturali di esprimere la sofferenza.

    Pertanto è diventata sempre meno evidente, in occidente, la struttura profonda, la base storica di questo conflitto. Per una serie di trasformazioni nell’immaginario religioso avvenute in prima età moderna e descritte con molta cura da Luisa Accati nel suo libro “Il mostro e la bella”, la chiesa cattolica – intesa come istituzione sociale, culturale e politica, come macchina di produzione di dispositivi di potere e di controllo nel tessuto sociale – è riuscita ad accantonare il femminile esaltando al posto del rapporto tra uomo e donna maturi quello di madre-figlio e mantenendo così un rapporto di dominio tra la gerarchia ecclesiastica ed i fedeli. Insomma, nella prospettiva della chiesa cattolica dopo la controriforma, non vi è spazio per l’espressione di una passione che non sia sacrificio, che non sia convertibile in carità, in un rapporto di dominio e dipendenza per mancanza di maturità. In un certo senso, questo rapporto non ha mai cessato di esistere, e così ci troviamo ancora oggi con un concetto del dolore spaccato in due: da un lato, il concetto tecnico-tecnologico dei grandi complessi medico-terapeutico-farmaceutici; e dall’altro, un concetto “esoterico” che continua ad esaltare la sofferenza in quanto unico modo, moneta di scambio necessaria per accedere alla redenzione.

    Ora, nella filosofia moderna, è possibile parlare del dolore nella misura in cui si è disposti a ripensare il rapporto tra attività e passività, tra corporeità e coscienza, come per esempio hanno tentato di fare Nietzsche o Bergson, ma anche la fenomenologia, a partire dagli scritti di Husserl sulla sintesi passiva, sulla fenomenologia dell’intersoggettività, dall’opera di Merleau-Ponty e Lévinas, e, soprattutto, con il pensiero sistematico della fenomenologia della vita di Michel Henry. In tutti questi casi, la filosofia intraprende il tentativo di fondare la ragione, l’astrazione, la logica ecc. nell’esperienza corporea, il che vuol dire che concepisce la passività come condizione di possibilità di qualsiasi forma d’azione, di attività. La condizione di possibilità è, dal punto di vista metodico, qualcosa di molto diverso dal “merito”, dalla conversione della passività in sofferenza a seconda dei modelli della chiesa in quanto complesso gerarchico. Ed è attraverso questi tentativi filosofici, riusciti o meno, che ricompare una concezione del pathos che forse ci indica una via d’uscita dall’alternativa che ci troviamo davanti quando vogliamo avvicinarci, in quanto esseri moderni, all’esperienza del dolore. Forse a partire da questa passività primordiale potrebbe essere possibile riconciliare i due aspetti del dolore, cioè quello “patico”, soggettivo, pre-linguistico, e quello “sintomatico”, iscrivibile nei vari sistemi e codici di sapere, che siano religiosi, culturali e scientifici.

    Quindi, a mio avviso, bisogna prendere sul serio l’avvertimento di Luisa Accati nei confronti di filosofi che, come Jürgen Habermas, cercano una riconciliazione tra sfera religiosa e sfera laico-istituzionale, visto che essi assumono delle posizioni apparentemente senza la dovuta attenzione agli strati profondi della simbologia religiosa. Aggiungerei, da parte mia, che non ci dobbiamo accontentare di una semplice conversione della direzione di marcia, bensì abbiamo il dovere di andare oltre il binomio laico-religioso. Per arrivare ad una concezione matura del dolore non basterà fare un’analisi laica dei simboli religiosi. Secondo me, vale la pena seguire e sviluppare l’idea che quella passività trascendentale di cui alcuni filosofi ci parlano abbia degli effetti trasversali. Per capirci: tanto ci può essere una concezione del pathos come dominio o dipendenza assoluta nelle forme laiche di organizzazione sociale (si pensi ai movimenti politici neo-fascisti) quanto ci può essere un movimento liberatorio che parte da una base religiosa (si pensi alla partecipazione di gruppi religiosi nei diversi movimenti riformatori e rivoluzionari, alle teologie della liberazione, alla teologia femminista e così via). Bisogna, quindi, ricostruire dai concreti avvenimenti e contesti i micro-passaggi del dolore, quelle esperienze che si sottraggono alla differenza macroscopica tra dominio tecnico e dominio religioso della passione.

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